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  • Filly di Somma

    Quando il rumore del mondo diventò troppo forte, Alain Delon voltò le spalle a Parigi e alle sue luci. Scelse la strada che porta verso sud, attraversando campi e foreste, fino a fermarsi a Douchy-Montcorbon, un piccolo paese del Loiret. Lì, a circa centoventi chilometri dalla capitale, trovò il luogo che avrebbe custodito i suoi anni più intimi: la tenuta de La Brûlerie. Non fu solo una casa, ma un approdo, un rifugio, una promessa di pace.

    Una casa nata dal desiderio di quiete

    La proprietà che Delon acquistò nei primi anni Settanta portava con sé le tracce del tempo. Un antico castello, ferito da un incendio, dominava ancora il terreno. L’attore scelse di lasciarlo andare, come si fa con ciò che appartiene a un’altra epoca, per costruire qualcosa che gli somigliasse di più. Al suo posto fece nascere un grande specchio d’acqua, un lago artificiale che rifletteva il cielo e i boschi circostanti, diventando il cuore silenzioso della tenuta.

    Attorno, centoventi ettari di natura: alberi, prati, sentieri, animali. La casa principale, discreta ed elegante, era pensata per essere vissuta, non mostrata. Ogni spazio parlava di ritiro e protezione, di una bellezza senza clamore. Qui Delon aveva creato il suo mondo, lontano dai riflettori, dove il tempo poteva scorrere lentamente.

    L’incontro con Douchy, quasi per caso

    La scelta di Douchy non fu programmata. Delon amava raccontare che vi arrivò quasi per errore, perdendosi durante un viaggio. Ma in quel luogo isolato, chiuso da mura e immerso nel verde, riconobbe subito qualcosa di essenziale. Era la solitudine che cercava, una solitudine buona, abitata dal silenzio.

    Dopo una vita passata sotto lo sguardo del pubblico, Douchy gli offriva l’anonimato, la normalità, la possibilità di essere un uomo tra gli uomini. Qui poteva camminare senza essere osservato, vivere circondato dai suoi animali, ricevere pochi amici scelti. Era vicino al villaggio, ma abbastanza lontano da restare protetto. Più volte disse che quella era la sua vera casa, l’unica in cui si fosse sentito davvero a casa.

    Un luogo per vivere, un luogo per restare

    Negli ultimi anni, quando la salute e l’età lo avevano reso più fragile, Delon non volle allontanarsi da Douchy. Era lì che desiderava restare fino alla fine. Il 18 agosto 2024, alla sua morte, il suo desiderio è stato rispettato: Alain Delon è stato sepolto all’interno della tenuta, in una cappella privata fatta costruire proprio per questo scopo. Un gesto intimo, coerente con il legame profondo che lo univa a quel luogo.

    Oggi La Brûlerie appartiene ai suoi figli, che ne custodiscono la memoria e il futuro. La tenuta resta chiusa, avvolta dalla stessa riservatezza che Delon aveva voluto per sé. Nulla è cambiato nel paesaggio: il lago, i boschi, il silenzio continuano a vegliare su quella casa.

    Nel villaggio, il suo ricordo è ancora vivo. Non solo quello dell’attore leggendario, ma dell’uomo che aveva scelto di condividere, con discrezione, la vita di una piccola comunità. Un uomo che aveva cercato la pace e l’aveva trovata lì.

    L’ultimo rifugio di una leggenda

    La Brûlerie non è stata una fuga, ma una scelta d’amore: per la natura, per il silenzio, per una vita lontana dal rumore del mondo. A Douchy, Alain Delon ha lasciato il mito fuori dal cancello e ha tenuto con sé solo ciò che contava davvero. Ed è lì, in quel lembo di terra protetto dal verde, che ha deciso di restare per sempre.

  • Filly di Somma

    A Parigi l’effimero è una forma d’arte.
    La città vive di trasformazioni che durano il tempo di una stagione, di un evento, di una luce particolare. Installazioni temporanee, piste di ghiaccio che appaiono e scompaiono, giardini effimeri, scenografie urbane nate per poche settimane: tutto concorre a creare un ritmo in cui il provvisorio diventa esperienza culturale.

    Parigi non teme ciò che è destinato a svanire; anzi, lo celebra. L’effimero qui non è fragilità, ma possibilità: un modo per reinventare luoghi storici, per riattivare lo sguardo, per invitare residenti e visitatori a vivere la città nella sua dimensione più immediata. È una poetica della trasformazione che lascia tracce non nei muri, ma nella memoria.

    In questo continuo apparire e dissolversi, Parigi riafferma la sua vocazione a sorprendere: una capitale dove anche ciò che dura poco può lasciare un segno profondo.

    Ogni inverno, quando Parigi si avvolge nella sua luce più morbida, il Grand Palais compie una trasformazione che sembra uscita da un racconto. La grande navata in vetro e acciaio, solitamente consacrata alle mostre e ai grandi eventi culturali, si apre al pubblico in una veste inattesa: un mare di ghiaccio che prende forma solo per qualche settimana. Dal 14 dicembre 2025 all’ 8 gennaio 2026Le Grand Palais des Glaces torna a stendersi sotto la cupola come una parentesi luminosa, destinata a svanire al termine delle festività.

    Entrare qui durante questo periodo è come trovarsi in un’opera vivente. La volta trasparente filtra la luce invernale, trasformando i pattinatori in sagome che si intrecciano come tratti di un pennello in continuo movimento. Le curve, le frenate, gli slanci diventano gesti coreografici che dialogano con l’architettura, restituendo al luogo un’energia diversa da quella di una sala espositiva. È l’arte che cambia pelle: non più solo da osservare, ma da praticare, con il corpo che trova spazio su oltre 2.700 m² di ghiaccio.

    La magia sta soprattutto nella sua natura effimera. Come un’installazione destinata a dissolversi, la pista esiste nel fragile equilibrio di un tempo limitato. Sboccia a dicembre, brilla per qualche settimana e poi scompare, lasciando dietro di sé soltanto il ricordo di un inverno condiviso. È in questa caducità che il Grand Palais rivela un altro volto: quello di un luogo capace di reinventarsi senza perdere la propria anima, accogliendo un’esperienza collettiva che vive solo nel presente.

    E così, mentre Parigi scorre oltre le sue porte, all’interno del Grand Palais il ghiaccio diventa un palcoscenico dove l’arte incontra il movimento, e il movimento racconta l’arte. Una parentesi breve, intensa, che ogni anno ricorda alla città quanto sia prezioso ciò che non resta per sempre.

    Quando l’arte incontra il ghiaccio, nascono il Grand Palais e la poetica dell’effimero.

    Dal 14 dicembre 2025 all’ 8 gennaio 2026, il grandioso edificio di 3 avenue du Général Eisenhower si apre a un’esperienza che dura il tempo delle feste.

  • Filly di Somma

    Par une chaude soirée de fin août, chez des amis à Paris, pendant un dîner, la télévision est allumée et diffuse une émission que je n’ai cessé de regarder depuis !

    L’émission d’Antoine de Maximy, « J’irai dormir chez vous », est l’un des formats les plus originaux jamais réalisés dans le monde du documentaire de voyage. L’idée est simple en apparence : Antoine part seul, sans équipe, sans itinéraire fixe, avec une chemise rouge désormais emblématique et un système de caméras fixées sur son torse et son épaule. Son objectif ? Se faire inviter à dormir chez quelqu’un rencontré au cours de son voyage. Il n’y a ni réservation, ni contacts préparés à l’avance. Antoine arrive dans un pays, allume sa caméra et commence à parler aux gens. C’est un voyage fondé sur la spontanéité et la confiance en l’autre. La magie de l’émission vient précisément de cette ouverture totale au hasard : chaque épisode est imprévisible, guidé par des rencontres authentiques et improvisées. Le programme n’est pas un reportage sur les monuments ou les attractions touristiques, mais sur les visages, les cuisines, les salons, les conversations. Entrer dans les maisons, c’est entrer dans la vie des gens, et Antoine a une rare capacité à mettre les gens à l’aise : il rit de lui-même, ne juge pas, écoute vraiment. En échange, il reçoit des récits intimes, des petits morceaux de quotidien, des gestes de générosité ou de méfiance qui font partie intégrante du récit.

    Chaque épisode est une fenêtre sur la normalité des autres – parfois drôle, parfois émouvante, parfois même un peu dangereuse – mais toujours profondément humaine. Pour donner au spectateur l’impression d’être « à l’intérieur » de la rencontre, de Maximy a développé un système de tournage très particulier : il voyage complètement seul, mais avec des caméras qui enregistrent en continu ce qu’il voit et ce qu’il vit. Le style est brut, direct, sans fioritures. Il n’y a pas de voix off poétiques ni de mises en scène sophistiquées : le rythme naît de la réalité elle-même. Un voyage qui parle aussi de nous. « J’irai dormir chez vous » n’est pas seulement une émission d’aventure. C’est une réflexion sur la façon dont les gens se rencontrent, se rapprochent, se font confiance. Dans chaque épisode résonne une question simple et universelle : que se passe-t-il lorsque deux inconnus s’ouvrent l’un à l’autre ? Parfois, Antoine trouve une chambre accueillante, d’autres fois un refus catégorique, d’autres encore des situations improbables qui deviennent des anecdotes irrésistibles. Mais c’est précisément cette incertitude qui fait tout le charme de la série. Antoine de Maximy entre en scène comme il entre dans les maisons du monde entier : sans frapper trop fort, avec le pas léger de celui qui a l’habitude de laisser les histoires venir à lui. Sa chemise rouge, devenue le symbole ambulant de la curiosité et de l’errance, se détache dans l’obscurité du théâtre comme un phare domestique et familier.

    On remarque immédiatement que la scène, pour lui, n’est pas si différente d’un salon improvisé en Mongolie ou d’une cuisine péruvienne pleine de voix : c’est juste une autre façon d’approcher les autres.

    Antoine de Maximy arrive maintenant au théâtre !

    Son spectacle, « J’irai dormir sur scène », est plus qu’un récit de voyage. C’est une rencontre. Antoine a toujours placé le contact humain au centre de ses pérégrinations, et ici, il le pousse à l’extrême : au lieu de chercher l’hospitalité chez des inconnus, il ouvre en quelque sorte sa maison intérieure à ceux qui l’écoutent. De sa voix calme, un peu rauque à cause du vent et des routes, il reconstitue des épisodes incroyables : des nuits passées dans des endroits improbables, des conversations qui semblaient impossibles au début, des imprévus transformés en souvenirs précieux. Sur scène défile une carte faite de visages. Chaque anecdote est un continent, chaque rire un voyage. Alors que les images de ses voyages apparaissent à l’écran, nous n’avons pas l’impression d’assister à une projection, mais d’être nous-mêmes assis dans la jeep, ou sur le sol d’une maison accueillante, ou au bord d’une route poussiéreuse.

    C’est là toute la magie de Maximy : il raconte d’une manière qui nous captive immédiatement, nous entraîne avec lui, nous rappelle que le monde n’est pas un endroit lointain, mais une somme de rencontres possibles. Et il y a, dans tout cela, une tendresse rare. Antoine ne se donne pas des airs de grand aventurier ; au contraire, il s’amuse à montrer ses gaffes, ses peurs, les solutions techniques un peu artisanales qui lui ont permis de filmer seul. Il rit de lui-même et nous invite ainsi à rire avec lui, comme on le ferait après le dîner, entre amis. C’est une façon simple et désarmante d’abattre le mur entre la scène et le public. À la fin du spectacle, on se rend compte que le titre est une promesse tenue : Antoine de Maximy, cette fois-ci, est venu dormir chez nous, dans notre imaginaire, dans notre envie de découvrir le monde. Et nous, spectateurs devenus hôtes, nous l’accueillons volontiers. Car l’écouter, ce n’est pas seulement suivre ses aventures : c’est se rappeler que la curiosité est une façon d’être vivant.

    Le spectacle ANTOINE DE MAXIMY « J’IRAI DORMIR SUR SCÈNE » sera à Paris le 16 décembre 2025 à 21h15 au Théâtre « Le Grand Point Virgule ».

  • Filly di Somma

    In una calda sera di fine agosto, a casa di amici, a Parigi, durante una cena, la tv è accesa e viene trasmesso un programma, da allora non ho mai più smesso di guardarlo!

    Il programma di Antoine de Maximy, “J’irai dormir chez vous”, è uno dei format più originali mai realizzati nel mondo del documentario di viaggio. L’idea è semplice solo in apparenza: Antoine parte da solo, senza troupe, senza itinerari rigidi, con una camicia rossa ormai iconica e un sistema di telecamere fissate al busto e sulla spalla. Il suo obiettivo? Farsi invitare a dormire da qualcuno incontrato durante il viaggio. Non ci sono prenotazioni, né contatti preparati in anticipo. Antoine arriva in un paese, accende la sua telecamera e comincia a parlare con le persone. È un viaggio fondato sulla spontaneità e sulla fiducia nell’altro. La magia del programma nasce proprio da questa totale apertura al caso: ogni episodio è imprevedibile, guidato da incontri autentici e improvvisati. Il programma non è un reportage sui monumenti o sulle attrazioni turistiche, ma sui volti, le cucine, i salotti, le conversazioni. Entrare nelle case significa entrare nelle vite, e Antoine ha una capacità rara di mettere le persone a proprio agio: ride di sé, non giudica, ascolta davvero. In cambio, riceve racconti intimi, piccoli pezzi di quotidianità, gesti di generosità o diffidenza che diventano parte della narrazione. Ogni puntata è una finestra sulla normalità altrui – a volte buffa, a volte commovente, a volte persino un po’ pericolosa – ma sempre profondamente umana. Per dare allo spettatore la sensazione di essere “dentro” l’incontro, de Maximy ha sviluppato un sistema di ripresa molto particolare: viaggia completamente solo, ma con telecamere che registrano continuamente ciò che vede e ciò che vive. Lo stile è crudo, diretto, senza fronzoli. Non ci sono voice-over poetici o regie sofisticate: il ritmo nasce dalla realtà stessa. Un viaggio che parla anche di noi. “J’irai dormir chez vous” non è solo un programma di avventura. È una riflessione sul modo in cui le persone si incontrano, si avvicinano, si fidano. In ogni episodio risuona una domanda semplice e universale: Che cosa succede quando due sconosciuti si aprono l’uno all’altro? A volte Antoine trova una camera accogliente, altre volte un rifiuto secco, altre ancora situazioni improbabili che diventano aneddoti irresistibili. Ma proprio questa incertezza è la chiave del fascino della serie. Antoine de Maximy entra in scena come entra nelle case del mondo: senza bussare troppo forte, con il passo leggero di chi è abituato a lasciare che le storie gli vengano incontro. La sua camicia rossa, quella che ormai è diventata un manifesto ambulante di curiosità e vagabondaggio, spicca nel buio del teatro come un faro domestico, familiare. Ci si accorge subito che il palco, per lui, non è così diverso da un salotto improvvisato in Mongolia o da una cucina peruviana piena di voci: è solo un altro modo di avvicinarsi agli altri.

    Adesso Antoine de Maximy arriva anche a teatro!

    Il suo spettacolo, “J’irai dormir sur scène”, è più di un racconto di viaggio. È un incontro. Antoine ha sempre fatto del contatto umano il vero centro delle sue peregrinazioni, e qui lo porta all’estremo: invece di cercare ospitalità nelle case degli sconosciuti, apre in qualche modo la propria casa interiore a chi lo ascolta. Con la sua voce calma, un po’ roca di venti e strade, ricostruisce episodi incredibili: notti passate in luoghi improbabili, conversazioni che all’inizio sembravano impossibili, imprevisti trasformati in memorie preziose. Sul palco scorre una mappa fatta di volti. Ogni aneddoto è un continente, ogni risata un tragitto. Mentre le immagini dei suoi viaggi appaiono sullo schermo, non abbiamo l’impressione di assistere a una proiezione, ma di essere noi stessi seduti nella jeep, o sul pavimento di una casa ospitale, o ai bordi di una strada polverosa. È questa la magia di de Maximy: racconta in un modo che subito ci coinvolge, ci trascina con sé, ci ricorda che il mondo non è un luogo lontano ma una somma di incontri possibili. E c’è, in tutto questo, una tenerezza rara. Antoine non si dà arie da grande avventuriero; anzi, si diverte a mostrare le sue gaffe, le sue paure, le soluzioni tecniche un po’ artigianali che gli hanno permesso di filmare da solo. Ride di sé, e così ci invita a ridere con lui, come si farebbe dopo cena, tra amici. È un modo semplice e disarmante di abbattere il muro tra palco e platea. Alla fine dello spettacolo, ci si rende conto che il titolo è una promessa mantenuta: Antoine de Maximy, stavolta, è venuto a dormire da noi, nel nostro immaginario, nella nostra voglia di scoprire il mondo. E noi, spettatori diventati ospiti, lo accogliamo volentieri. Perché ascoltarlo non è solo seguire le sue avventure: è ricordare che la curiosità è un modo di essere vivi.Lo spettacolo  ANTOINE DE MAXIMY ” J’IRAI DORMIR SUR SCENE” sarà a Parigi il 16 dicembre 2025 alle 21:15 al Teatro “Le Grand Point Virgule”

  • Filly di Somma

    Per i suoi 80 anni, Elle non si limita a guardare al passato: la rivista fondata nel 1945 celebra il traguardo con un programma internazionale che unisce arte, moda, cultura e solidarietà. Un anniversario che diventa l’occasione per riaffermare, in chiave contemporanea, i valori che hanno costruito l’identità del magazine: libertà, creatività, femminilità consapevole e impegno sociale.

    Una mostra itinerante dedicata all’arte femminile

    Il cuore delle celebrazioni è un ambizioso progetto artistico: Elle ha invitato 31 artiste donne provenienti da ogni continente a realizzare opere ispirate ai valori fondanti della testata. Il risultato è una mostra internazionale che, nel corso del 2025, ha viaggiato tra OsakaBangkokNew York e Parigi, trasformando l’anniversario in un dialogo culturale globale.

    La tappa parigina, ospitata da Artcurial dal 7 al 14 novembre 2025, è stata aperta gratuitamente al pubblico. Un’occasione per incontrare visioni e linguaggi artistici che intrecciano femminismo, introspezione, memoria e futuro.

    Un’asta benefica a sostegno delle donne

    Il progetto si è concluso il 14 novembre con una grande asta benefica da Artcurial: tutte le opere messe in vendita per raccogliere fondi in favore di CARE, l’organizzazione internazionale impegnata nei diritti e nell’empowerment femminile. Un gesto che traduce simbolicamente in azione concreta la missione storica di Elle: parlare alle donne, per le donne.

    La capsule collection che celebra l’estetica Elle

    Accanto al percorso artistico, Elle lancia anche una capsule collection che rilegge in chiave contemporanea alcuni degli elementi iconici del magazine. Stampe, grafiche e citazioni storiche diventano moda e oggetti, dando forma tangibile a ottant’anni di immaginario visivo.

    Speciali editoriali, libro e documentario

    La celebrazione passa anche attraverso i contenuti. Elle pubblica quattro numeri speciali dedicati ciascuno a due decenni di storia della rivista, raccontando l’evoluzione sociale, estetica e culturale del suo punto di vista sul mondo femminile.

    A completare il quadro, un documentario dal titolo “Elle et nous” approfondisce l’impatto culturale della testata negli ultimi ottant’anni, mentre un numero celebrativo, in uscita , il 20 novembre 2025, racconta il passato, il presente e le nuove direzioni del brand.

    Un trio di ragazze da copertina : Lena Mahfouf, Sophie Marceau, Ines de la Fressange. Sono tre donne che incarnano lo spirito ELLE attraverso tre generazioni. Per tre copertine “compleanno”, disponibili dal 20 novembre in edicola, oppure in formato digitale.

    Un podcast internazionale per parlare alle nuove generazioni

    Nel segno della modernità, Elle lancia anche un podcast multilingue: “Faut que je te dise”. Ventiquattro episodi brevi, pubblicati in dieci lingue, affrontano temi centrali per il pubblico giovane — corpo, identità, libertà, sessualità, salute mentale — confermando la volontà della rivista di aprire un dialogo diretto con le nuove generazioni.

    La grande soirée al Musée du Quai Branly

    Il programma culminerà il 10 dicembre 2025 con una grande soirée al Musée du Quai Branly a Parigi. L’evento riunirà artiste, personalità dello spettacolo e figure pubbliche, tra performance musicali e talk. Una celebrazione che rinnova la vocazione di Elle: essere specchio e voce del femminile contemporaneo.

    foto IG@ellefr

  • Filly di Somma

    C’è un momento dell’anno in cui la città, quasi senza accorgersene, vede cambiare il profilo dei suoi edifici più simbolici.
    Un bagliore rosso compare al calare della sera e trasforma luoghi familiari in richiami silenziosi a storie che si consumano lontano.
    È il segno che la Red Week è iniziata.


    Dal 15 al 23 novembre 2025, anche il Sacro Cuore si accende di rosso, aderendo alla campagna internazionale promossa da “Aiuto alla Chiesa che Soffre” per riportare l’attenzione sulla persecuzione dei cristiani e sulle violazioni della libertà religiosa nel mondo.


    Il momento culminante è stato il 19 novembre, il Red Wednesday, quando chiese e monumenti in diversi Paesi si sono illuminati con la stessa tonalità, trasformandosi in segnali visivi immediati.


    Il rosso, tradizionalmente legato al martirio, sulla facciata chiara del Sacro Cuore diventa un richiamo ancora più eloquente: un gesto di solidarietà verso chi vive la fede a rischio della propria sicurezza.
    L’iniziativa non vuole essere solo un effetto scenografico.

    Illuminare i monumenti significa accendere l’attenzione pubblica su una realtà spesso poco raccontata, ricordando che milioni di persone nel mondo continuano a subire discriminazioni e violenze per motivi religiosi. In questo contesto, il rosso diventa più di un colore: è un monito a non chiudere gli occhi.


  • Quest’anno ArtePadova ha rivelato con chiarezza un movimento sotterraneo che già anima la scena artistica europea: l’arte contemporanea non procede più per rotture, ma per continui scambi fra eredità storiche e nuove sensibilità materiali.


    Tra gli stand attraversati da un pubblico numeroso, l’edizione, sostenuta da Banca Mediolanum, ha riunito alcune delle firme più emblematiche del Novecento: Andy Warhol, Lucio Fontana, Mimmo Rotella, Giorgio De Chirico, Emilio Isgrò, Mario Schifano.

    Presenze che, anche a distanza di decenni, continuano a ridefinire l’immaginario collettivo. Ma ArtePadova non si limita mai a custodire i maestri: cerca, seleziona, osserva come gli artisti di oggi stiano ripensando il comportamento della materia, trasformandola in gesto, spazio o relazione.

    Tra i linguaggi più freschi, hanno spiccato le sperimentazioni di Theo Gallino, capace di trasformare materiali riciclati, pluriball, fibre industriali, frammenti urbani, in superfici poetiche, sospese tra memoria e futuro.

    In questo panorama dinamico si è inserita, con una presenza tanto misurata quanto magnetica, Elena Brovelli, oggi considerata tra le voci più interessanti del tessile contemporaneo.

    Elena Brovelli: il portale come forma di attraversamento


    Con FABIOLA., Brovelli non ha presentato un’opera, ma un portale: un’architettura sensoriale in cui la materia diventa soglia.


    Un’unica colata tessile iridescente scende dal quadro al pavimento, dilatandosi nello spazio come un movimento silenzioso. Nessuna teatralità, nessun eccesso: la sua forza risiede nella precisione del gesto.
    La fibra, trattata e modellata attraverso pressioni calibrate, registra il passaggio del corpo dell’artista. Non lo imita: lo conserva.


    Ne emerge una superficie che vibra di una vita propria, come se la materia avesse imparato a respirare.
    Brovelli appartiene a quella generazione di autori che non considerano il tessuto un semplice materiale, ma un interlocutore.

    La sua pratica, ormai consolidata e riconosciuta in contesti nazionali e internazionali, colloca il suo lavoro in una zona raffinata del contemporaneo: quella in cui l’installazione diventa rito percettivo.


    Un racconto corale tra maestri e visioni


    Ciò che ha colpito maggiormente i visitatori è stata la naturalezza con cui FABIOLA. si è inserita nel racconto complessivo della fiera.
    Non come elemento isolato, ma come una delle possibili declinazioni del dialogo tra gesto e materia che attraversava molti stand.
    In fondo, la sua presenza sembra rispondere alle stesse domande che hanno guidato Fontana nello spazio, Rotella nella superficie, Warhol nel linguaggio iconico: come modificare ciò che vediamo? Come trasformare ciò che tocchiamo?


    ArtePadova 2025 ha offerto proprio questo: un paesaggio dove passato e presente convivono, costruendo una continuità vibrante.
    E in questa continuità, i portali di Elena Brovelli non appaiono come rivelazione, ma come segno di un percorso già maturo, parte integrante dell’orizzonte artistico che verrà.

  • Filly di Somma

    Il mieloma multiplo ha colpito Giovanni Allevi in un momento in cui la sua vita era tutta dedita alla musica e alla creatività. La malattia ha imposto una battaglia quotidiana fatta di ospedali, terapie pesanti e momenti di grande fragilità fisica. Per chi vive di note e di dita sui tasti del pianoforte, il rischio di perdere la forza, la sensibilità e la precisione nelle mani è un pensiero costante: un ostacolo concreto e spaventoso per un artista.

    Eppure, proprio da questa esperienza è nata una forma di rinascita. Durante i periodi di degenza e di convalescenza, Allevi ha trasformato il dolore e la paura in musica. È in questo contesto che ha ideato il Concerto “MM22”, un’opera nata dalle lettere della malattia (“MM” come iniziali del mieloma multiplo) e costruita come un ponte tra sofferenza e bellezza. Ogni nota diventa allora simbolo di resilienza, ogni melodia un racconto di speranza: la musica non è solo espressione artistica, ma terapia, catarsi e testimonianza di vita.

    Il docufilm Back to Life racconta proprio questo: come un’esperienza dolorosa possa trasformarsi in un atto creativo e universale. Le immagini del film, tra ospedale, prove e concerti, mostrano Allevi non solo come musicista, ma come uomo che ha saputo far convivere fragilità e forza, paura e coraggio, dolore e poesia.

    In sintesi, il mieloma multiplo non ha fermato Allevi: lo ha costretto a guardarsi dentro, a confrontarsi con i limiti della vita, e a trasformare quella prova in arte che parla al cuore di chiunque l’ascolti.

    C’è un attimo sospeso, prima che la prima nota si levi nell’aria: un silenzio che contiene il mondo intero, la fragilità e la forza, la paura e la speranza. È in quel silenzio che “Allevi – Back to Life” apre il sipario, oggi nelle sale italiane, invitando lo spettatore a un viaggio delicato e intenso nel cuore di un uomo che ha saputo trasformare il dolore in luce.

    Giovanni Allevi non è soltanto un musicista. È un tessitore di emozioni, un poeta delle note, un uomo che ha camminato sull’orlo dell’abisso e ha scelto di restare. La malattia lo ha messo di fronte al limite estremo, eppure, dal buio più profondo, è nata la sua rinascita. Come un alchimista, ha trasformato la paura in musica: dalle lettere della malattia ha creato “MM22”, un concerto per violoncello e orchestra che è diario, confessione e canto della vita.

    Il regista Simone Valentini accompagna lo spettatore in questo percorso con delicatezza quasi materna: ci mostra le prove dell’orchestra, le stanze d’ospedale, i momenti di introspezione e le pause di silenzio in cui il cuore sembra parlare più forte della voce. Allevi ci invita a entrare nella sua quotidianità sospesa tra dolore e bellezza, e lo fa senza artifici, con la verità nuda e luminosa della sua esperienza.

    Quando le prime note di “MM22” riempiono la sala, si percepisce qualcosa di straordinario: la musica non è solo suono, ma respiro, palpito, vibrazione dell’anima. È un linguaggio universale, che trasforma il percorso di un singolo in esperienza collettiva, un invito a sentire la fragilità come forza e la sofferenza come apertura alla bellezza.

    Il pubblico, alle anteprime, non ha potuto fare a meno di alzarsi in piedi: standing ovation per l’artista, certo, ma anche per l’uomo che ha osato condividere le proprie cicatrici e trasformarle in poesia. Non era solo un applauso: era un abbraccio silenzioso, un riconoscimento del coraggio di vivere, amare e creare nonostante tutto.

    “Back to Life” non è un semplice docufilm: è un canto di resilienza, un inno alla vita che rinasce dalle ombre, un racconto di speranza che resta inciso nell’anima come una melodia che non si dimentica. Giovanni Allevi ci insegna, con ogni nota e ogni silenzio, che anche quando il mondo sembra spezzato, la vita può ricominciare. E lo fa con una dolcezza che ha il ritmo di un battito, la delicatezza di una carezza, e la potenza di un cuore che sa ancora cantare.

  • Filly di Somma

    Un diario sensoriale che segue un viaggiatore lungo ore, luce, profumi e atmosfere.

    Al mattino

    Quando il sole filtra timido tra le strade di Roma, chi arriva al Sofitel Rome Villa Borghese percepisce subito un cambiamento nel respiro della città. All’esterno, i motorini scivolano veloci, le foglie di Villa Borghese frusciano leggere e le cupole lontane brillano al primo chiarore. Ma dentro l’hotel, l’aria è calma, quasi sospesa. La hall accoglie con una grazia misurata: colori delicati si rincorrono sulle pareti, riflessi di luce danzano sul marmo, e ogni dettaglio sembra sussurrare una storia segreta di eleganza, memoria e poesia. Chi entra si muove come in punta di piedi, catturato dall’armonia che permea lo spazio.

    Le camere sono piccoli rifugi: il soffitto iridescente trasforma la luce del mattino in una nuvola rosa e oro, il letto MyBed invita a fermarsi, a respirare, a lasciarsi avvolgere. I bagni in marmo, con vasche profonde e fragranze delicate, trasformano ogni gesto quotidiano in un rituale sospeso: l’acqua scorre lenta, le superfici accarezzano, e anche il semplice lavarsi diventa un momento di poesia. Gli arredi, morbidi e armoniosi, accompagnano gli occhi in un lento vagare tra tessuti, legni e luci.

    A mezzogiorno

    Quando il sole raggiunge il suo culmine, il viaggiatore sale verso il piano più alto, dove il ristorante Settimo – Roman Cuisine & Terrace apre le sue porte a una vista che toglie il fiato. La terrazza è un giardino sospeso: piante verdi che ondeggiano leggere al vento, tavoli che sembrano galleggiare nell’aria e Roma che si stende sotto lo sguardo come un dipinto vivente. Villa Borghese appare come un mare verde lento e calmo, mentre le cupole e le piazze scintillano lontane. Il sole tinge tutto di luce dorata, e persino l’aria sembra vibrare di calma.

    La cucina accompagna il panorama: piatti che raccontano Roma antica con tocchi moderni, profumi che invitano a fermarsi e assaporare lentamente, ogni boccone un piccolo verso. Chi pranza qui sente il tempo rallentare, come se la città avesse deciso di concedere una pausa, un istante da custodire nella memoria.

    Nel pomeriggio

    Chi percorre i corridoi dell’hotel nota la cura dei dettagli: il passo che risuona leggero sul marmo, il fruscio delle tende mosse dalla brezza, luci e ombre che giocano tra mobili e tappeti. Ogni spazio sembra vivere con chi lo attraversa, respirare insieme ai suoi ospiti. Anche la sostenibilità, discreta ma presente, si percepisce in tutto: sistemi energetici attenti, materiali scelti con cura, un rispetto silenzioso per il mondo che rende ogni momento armonioso e consapevole.

    Le camere diventano rifugi di riposo pomeridiano: il soffitto iridescente trasforma la luce del sole in riflessi caldi, i letti accolgono come nidi, e ogni gesto, anche il più semplice, diventa lento e meditativo. Il Sofitel accompagna senza imporsi, sussurrando una sensazione di quiete e leggerezza.

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    Al tramonto

    Quando il sole cala e il cielo si tinge di rosa e arancio, la terrazza diventa un luogo magico. La città sembra respirare all’unisono con chi osserva: le cupole riflettono la luce, le fronde di Villa Borghese ondeggiano leggere e ogni tavolo diventa un piccolo osservatorio sospeso. La cucina si trasforma in un concerto di sapori e aromi, un racconto che unisce tradizione e invenzione. Ogni boccone, ogni sorso, diventa un gesto lento, un piccolo rito di bellezza e contemplazione.

    Le luci dell’hotel si accendono con delicatezza: lampade morbide illuminano la hall, corridoi e stanze, creando un’atmosfera calda e accogliente. Tutto parla di armonia e attenzione: chi soggiorna percepisce che ogni dettaglio è stato pensato per stupire senza mai sopraffare, per accompagnare senza mai disturbare.

    Di notte

    Quando la città si tinge di blu e le luci lontane brillano come stelle terrestri, il Sofitel diventa un piccolo universo sospeso. Il soffitto iridescente delle camere riflette la luce soffusa, i letti accolgono ogni corpo stanco, e il silenzio dell’hotel si mescola al respiro della città. Chi dorme qui non si limita a chiudere gli occhi: attraversa un sogno condiviso con Roma stessa, tra eleganza, storia e poesia.

    Il Sofitel Rome Villa Borghese non è un semplice luogo in cui soggiornare: è un viaggio dentro la bellezza, un racconto fatto di luce, profumi, suoni e materie. Ogni stanza, ogni corridoio, ogni terrazza narra qualcosa, e chi attraversa questo spazio porta con sé non solo un ricordo, ma un frammento di poesia da custodire, un momento di quiete sospeso nel tempo, pronto a riemergere ogni volta che il cuore chiama Roma.

  • Filly di Somma

    Ci sono luoghi che non si raggiungono: si ascendono.
    Il Vizio è uno di questi. L’ascensore del Sina Bernini Bristol scivola silenzioso verso l’alto, e mentre le porte si aprono all’ottavo piano, si ha la sensazione di entrare in un’altra Roma — una Roma sospesa, rarefatta, che osserva il suo stesso movimento da una distanza gentile.
    Qui, tra la luce del rooftop e l’odore lieve del mare, il sushi diventa un gesto poetico, un alfabeto attraverso cui si raccontano identità, memorie, incontri.

    Il dialogo invisibile tra due maestri

    In cucina non c’è rumore, c’è ritmo.
    Lo chef Nagano Tetsuo si muove con la calma di chi conosce il valore del silenzio: il coltello ti sembra scandire il tempo come un metronomo orientale. Ogni taglio è un pensiero, ogni nigiri un haiku.
    Accanto a lui, Igles Corelli porta un’altra musicalità: quella dell’Italia che sa reinventarsi senza tradirsi, che si muove tra ricordi e intuizioni, tra terra e mare.
    Non si somigliano, e proprio per questo si completano. La loro cucina non è fusione: è un colloquio. Un’unione di sguardi più che di ingredienti.

    Uno spazio che respira con la città

    Il ristorante, ridisegnato da Valerio Alecci, è un luogo dove la materia si fa leggerezza.
    Legno, vetro, luce: elementi che non impongono, ma accompagnano. L’estetica giapponese si avverte come un sussurro, un invito alla concentrazione e alla calma.
    Poi c’è la terrazza. Qui Roma appare immensa, indifesa, bellissima.
    Il Colle Quirinale, i tetti distesi, le cupole che spuntano tra un’ombra e l’altra: è come se la città stessa volesse assistere alla preparazione dei piatti.

    Non si cena: si contempla.

    Piatti che diventano racconti

    Il pesce arriva al piatto con la grazia di un racconto in prima persona.
    Il nigiri di spigola con tartufo e limone non è un semplice incontro tra ingredienti: è il punto esatto in cui due tradizioni si sfiorano come due mani che finalmente si riconoscono.
    Gli uramaki con tonno aburi, lampone e pepe sansho hanno qualcosa dell’attimo che precede un viaggio: un istante preciso in cui dolcezza, fumo e spezie si toccano e poi si dividono, lasciando nel palato il ricordo di un passaggio.

    Don, invece, sembrano ciotole in cui è contenuta la quiete: vapore, riso, stagionalità, una morbida armonia che rassicura senza annoiare.
    E i piatti mediterranei — i tortelli di Wagyu, il black cod allo yuzu — proseguono la narrazione con un altro ritmo, più caldo, più narrativo, più italiano.

    Il lusso che non ha bisogno di voce

    Da Il Vizio il lusso non si ostenta: abita i dettagli.
    Il servizio che arriva senza fretta, la luce che non giudica, il piatto che non sovrasta — tutto sembra invitare alla gratitudine.
    E il prezzo, pur riflettendo l’alta qualità, rimane una promessa mantenuta: circa 90 euro per una serata che difficilmente assomiglia a un semplice pasto.

    I riconoscimenti come sigilli di fiducia

    Le Due bacchette del Gambero Rosso non sorprendono chi ha già attraversato la soglia del ristorante.
    Sono il segno di una coerenza: quella di un luogo che non vuole imitare, ma interpretare; che non rincorre mode, ma custodisce visioni.

    Dove il sushi diventa un modo di guardare il mondo

    Il Vizio è un luogo di incontri: tra Oriente e Occidente, tra rigore e immaginazione, tra chi cucina e chi osserva.
    È un ristorante che chiede tempo e restituisce emozioni.
    E mentre Roma si apre sotto la terrazza, sembra suggerire al visitatore un’ultima cosa: che ogni piatto, ogni gesto, ogni profumo è parte di una storia più grande, e che il sushi, qui, non è un cibo — è una forma di ascolto.