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Filly di Somma
Il mieloma multiplo ha colpito Giovanni Allevi in un momento in cui la sua vita era tutta dedita alla musica e alla creatività. La malattia ha imposto una battaglia quotidiana fatta di ospedali, terapie pesanti e momenti di grande fragilità fisica. Per chi vive di note e di dita sui tasti del pianoforte, il rischio di perdere la forza, la sensibilità e la precisione nelle mani è un pensiero costante: un ostacolo concreto e spaventoso per un artista.
Eppure, proprio da questa esperienza è nata una forma di rinascita. Durante i periodi di degenza e di convalescenza, Allevi ha trasformato il dolore e la paura in musica. È in questo contesto che ha ideato il Concerto “MM22”, un’opera nata dalle lettere della malattia (“MM” come iniziali del mieloma multiplo) e costruita come un ponte tra sofferenza e bellezza. Ogni nota diventa allora simbolo di resilienza, ogni melodia un racconto di speranza: la musica non è solo espressione artistica, ma terapia, catarsi e testimonianza di vita.

Il docufilm Back to Life racconta proprio questo: come un’esperienza dolorosa possa trasformarsi in un atto creativo e universale. Le immagini del film, tra ospedale, prove e concerti, mostrano Allevi non solo come musicista, ma come uomo che ha saputo far convivere fragilità e forza, paura e coraggio, dolore e poesia.
In sintesi, il mieloma multiplo non ha fermato Allevi: lo ha costretto a guardarsi dentro, a confrontarsi con i limiti della vita, e a trasformare quella prova in arte che parla al cuore di chiunque l’ascolti.
C’è un attimo sospeso, prima che la prima nota si levi nell’aria: un silenzio che contiene il mondo intero, la fragilità e la forza, la paura e la speranza. È in quel silenzio che “Allevi – Back to Life” apre il sipario, oggi nelle sale italiane, invitando lo spettatore a un viaggio delicato e intenso nel cuore di un uomo che ha saputo trasformare il dolore in luce.
Giovanni Allevi non è soltanto un musicista. È un tessitore di emozioni, un poeta delle note, un uomo che ha camminato sull’orlo dell’abisso e ha scelto di restare. La malattia lo ha messo di fronte al limite estremo, eppure, dal buio più profondo, è nata la sua rinascita. Come un alchimista, ha trasformato la paura in musica: dalle lettere della malattia ha creato “MM22”, un concerto per violoncello e orchestra che è diario, confessione e canto della vita.
Il regista Simone Valentini accompagna lo spettatore in questo percorso con delicatezza quasi materna: ci mostra le prove dell’orchestra, le stanze d’ospedale, i momenti di introspezione e le pause di silenzio in cui il cuore sembra parlare più forte della voce. Allevi ci invita a entrare nella sua quotidianità sospesa tra dolore e bellezza, e lo fa senza artifici, con la verità nuda e luminosa della sua esperienza.
Quando le prime note di “MM22” riempiono la sala, si percepisce qualcosa di straordinario: la musica non è solo suono, ma respiro, palpito, vibrazione dell’anima. È un linguaggio universale, che trasforma il percorso di un singolo in esperienza collettiva, un invito a sentire la fragilità come forza e la sofferenza come apertura alla bellezza.
Il pubblico, alle anteprime, non ha potuto fare a meno di alzarsi in piedi: standing ovation per l’artista, certo, ma anche per l’uomo che ha osato condividere le proprie cicatrici e trasformarle in poesia. Non era solo un applauso: era un abbraccio silenzioso, un riconoscimento del coraggio di vivere, amare e creare nonostante tutto.
“Back to Life” non è un semplice docufilm: è un canto di resilienza, un inno alla vita che rinasce dalle ombre, un racconto di speranza che resta inciso nell’anima come una melodia che non si dimentica. Giovanni Allevi ci insegna, con ogni nota e ogni silenzio, che anche quando il mondo sembra spezzato, la vita può ricominciare. E lo fa con una dolcezza che ha il ritmo di un battito, la delicatezza di una carezza, e la potenza di un cuore che sa ancora cantare.
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Filly di Somma
Un diario sensoriale che segue un viaggiatore lungo ore, luce, profumi e atmosfere.
Al mattino
Quando il sole filtra timido tra le strade di Roma, chi arriva al Sofitel Rome Villa Borghese percepisce subito un cambiamento nel respiro della città. All’esterno, i motorini scivolano veloci, le foglie di Villa Borghese frusciano leggere e le cupole lontane brillano al primo chiarore. Ma dentro l’hotel, l’aria è calma, quasi sospesa. La hall accoglie con una grazia misurata: colori delicati si rincorrono sulle pareti, riflessi di luce danzano sul marmo, e ogni dettaglio sembra sussurrare una storia segreta di eleganza, memoria e poesia. Chi entra si muove come in punta di piedi, catturato dall’armonia che permea lo spazio.
Le camere sono piccoli rifugi: il soffitto iridescente trasforma la luce del mattino in una nuvola rosa e oro, il letto MyBed invita a fermarsi, a respirare, a lasciarsi avvolgere. I bagni in marmo, con vasche profonde e fragranze delicate, trasformano ogni gesto quotidiano in un rituale sospeso: l’acqua scorre lenta, le superfici accarezzano, e anche il semplice lavarsi diventa un momento di poesia. Gli arredi, morbidi e armoniosi, accompagnano gli occhi in un lento vagare tra tessuti, legni e luci.
A mezzogiorno
Quando il sole raggiunge il suo culmine, il viaggiatore sale verso il piano più alto, dove il ristorante Settimo – Roman Cuisine & Terrace apre le sue porte a una vista che toglie il fiato. La terrazza è un giardino sospeso: piante verdi che ondeggiano leggere al vento, tavoli che sembrano galleggiare nell’aria e Roma che si stende sotto lo sguardo come un dipinto vivente. Villa Borghese appare come un mare verde lento e calmo, mentre le cupole e le piazze scintillano lontane. Il sole tinge tutto di luce dorata, e persino l’aria sembra vibrare di calma.
La cucina accompagna il panorama: piatti che raccontano Roma antica con tocchi moderni, profumi che invitano a fermarsi e assaporare lentamente, ogni boccone un piccolo verso. Chi pranza qui sente il tempo rallentare, come se la città avesse deciso di concedere una pausa, un istante da custodire nella memoria.
Nel pomeriggio
Chi percorre i corridoi dell’hotel nota la cura dei dettagli: il passo che risuona leggero sul marmo, il fruscio delle tende mosse dalla brezza, luci e ombre che giocano tra mobili e tappeti. Ogni spazio sembra vivere con chi lo attraversa, respirare insieme ai suoi ospiti. Anche la sostenibilità, discreta ma presente, si percepisce in tutto: sistemi energetici attenti, materiali scelti con cura, un rispetto silenzioso per il mondo che rende ogni momento armonioso e consapevole.
Le camere diventano rifugi di riposo pomeridiano: il soffitto iridescente trasforma la luce del sole in riflessi caldi, i letti accolgono come nidi, e ogni gesto, anche il più semplice, diventa lento e meditativo. Il Sofitel accompagna senza imporsi, sussurrando una sensazione di quiete e leggerezza.
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Al tramonto
Quando il sole cala e il cielo si tinge di rosa e arancio, la terrazza diventa un luogo magico. La città sembra respirare all’unisono con chi osserva: le cupole riflettono la luce, le fronde di Villa Borghese ondeggiano leggere e ogni tavolo diventa un piccolo osservatorio sospeso. La cucina si trasforma in un concerto di sapori e aromi, un racconto che unisce tradizione e invenzione. Ogni boccone, ogni sorso, diventa un gesto lento, un piccolo rito di bellezza e contemplazione.
Le luci dell’hotel si accendono con delicatezza: lampade morbide illuminano la hall, corridoi e stanze, creando un’atmosfera calda e accogliente. Tutto parla di armonia e attenzione: chi soggiorna percepisce che ogni dettaglio è stato pensato per stupire senza mai sopraffare, per accompagnare senza mai disturbare.
Di notte
Quando la città si tinge di blu e le luci lontane brillano come stelle terrestri, il Sofitel diventa un piccolo universo sospeso. Il soffitto iridescente delle camere riflette la luce soffusa, i letti accolgono ogni corpo stanco, e il silenzio dell’hotel si mescola al respiro della città. Chi dorme qui non si limita a chiudere gli occhi: attraversa un sogno condiviso con Roma stessa, tra eleganza, storia e poesia.
Il Sofitel Rome Villa Borghese non è un semplice luogo in cui soggiornare: è un viaggio dentro la bellezza, un racconto fatto di luce, profumi, suoni e materie. Ogni stanza, ogni corridoio, ogni terrazza narra qualcosa, e chi attraversa questo spazio porta con sé non solo un ricordo, ma un frammento di poesia da custodire, un momento di quiete sospeso nel tempo, pronto a riemergere ogni volta che il cuore chiama Roma.
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Filly di Somma
Ci sono luoghi che non si raggiungono: si ascendono.
Il Vizio è uno di questi. L’ascensore del Sina Bernini Bristol scivola silenzioso verso l’alto, e mentre le porte si aprono all’ottavo piano, si ha la sensazione di entrare in un’altra Roma — una Roma sospesa, rarefatta, che osserva il suo stesso movimento da una distanza gentile.
Qui, tra la luce del rooftop e l’odore lieve del mare, il sushi diventa un gesto poetico, un alfabeto attraverso cui si raccontano identità, memorie, incontri.
Il dialogo invisibile tra due maestri
In cucina non c’è rumore, c’è ritmo.
Lo chef Nagano Tetsuo si muove con la calma di chi conosce il valore del silenzio: il coltello ti sembra scandire il tempo come un metronomo orientale. Ogni taglio è un pensiero, ogni nigiri un haiku.
Accanto a lui, Igles Corelli porta un’altra musicalità: quella dell’Italia che sa reinventarsi senza tradirsi, che si muove tra ricordi e intuizioni, tra terra e mare.
Non si somigliano, e proprio per questo si completano. La loro cucina non è fusione: è un colloquio. Un’unione di sguardi più che di ingredienti.Uno spazio che respira con la città
Il ristorante, ridisegnato da Valerio Alecci, è un luogo dove la materia si fa leggerezza.
Legno, vetro, luce: elementi che non impongono, ma accompagnano. L’estetica giapponese si avverte come un sussurro, un invito alla concentrazione e alla calma.
Poi c’è la terrazza. Qui Roma appare immensa, indifesa, bellissima.
Il Colle Quirinale, i tetti distesi, le cupole che spuntano tra un’ombra e l’altra: è come se la città stessa volesse assistere alla preparazione dei piatti.Non si cena: si contempla.
Piatti che diventano racconti
Il pesce arriva al piatto con la grazia di un racconto in prima persona.
Il nigiri di spigola con tartufo e limone non è un semplice incontro tra ingredienti: è il punto esatto in cui due tradizioni si sfiorano come due mani che finalmente si riconoscono.
Gli uramaki con tonno aburi, lampone e pepe sansho hanno qualcosa dell’attimo che precede un viaggio: un istante preciso in cui dolcezza, fumo e spezie si toccano e poi si dividono, lasciando nel palato il ricordo di un passaggio.I Don, invece, sembrano ciotole in cui è contenuta la quiete: vapore, riso, stagionalità, una morbida armonia che rassicura senza annoiare.
E i piatti mediterranei — i tortelli di Wagyu, il black cod allo yuzu — proseguono la narrazione con un altro ritmo, più caldo, più narrativo, più italiano.




Il lusso che non ha bisogno di voce
Da Il Vizio il lusso non si ostenta: abita i dettagli.
Il servizio che arriva senza fretta, la luce che non giudica, il piatto che non sovrasta — tutto sembra invitare alla gratitudine.
E il prezzo, pur riflettendo l’alta qualità, rimane una promessa mantenuta: circa 90 euro per una serata che difficilmente assomiglia a un semplice pasto.I riconoscimenti come sigilli di fiducia
Le Due bacchette del Gambero Rosso non sorprendono chi ha già attraversato la soglia del ristorante.
Sono il segno di una coerenza: quella di un luogo che non vuole imitare, ma interpretare; che non rincorre mode, ma custodisce visioni.Dove il sushi diventa un modo di guardare il mondo
Il Vizio è un luogo di incontri: tra Oriente e Occidente, tra rigore e immaginazione, tra chi cucina e chi osserva.
È un ristorante che chiede tempo e restituisce emozioni.
E mentre Roma si apre sotto la terrazza, sembra suggerire al visitatore un’ultima cosa: che ogni piatto, ogni gesto, ogni profumo è parte di una storia più grande, e che il sushi, qui, non è un cibo — è una forma di ascolto. -
Filly di Somma
Nicolas Sarkozy è tornato a casa. Dopo meno di tre settimane trascorse nel carcere di La Santé, l’ex presidente francese ha ottenuto la libertà vigilata in attesa dell’appello contro la condanna a cinque anni per finanziamento illecito della campagna del 2007. È un ritorno fisico, certo, ma anche simbolico: quello di un uomo che da oltre un decennio divide la Francia tra chi lo considera un riformatore tradito dalla giustizia e chi lo vede come il volto più spregiudicato del potere politico.
La decisione della Corte d’appello di Parigi non cancella la condanna pronunciata a settembre, ma ne sospende l’esecuzione. Per la legge francese, Sarkozy resta un imputato, non un colpevole definitivo. Tuttavia, il fatto stesso che un ex presidente della Repubblica abbia varcato le porte di un carcere rappresenta un evento senza precedenti nella Quinta Repubblica — e un colpo simbolico durissimo per un Paese che ama vedersi come modello di legalità repubblicana.
Il caso Sarkozy racconta molto più della vicenda personale di un uomo potente: racconta la fragilità del rapporto tra politica e giustizia in Francia, dove ogni processo a un ex capo di Stato diventa un test sulla tenuta istituzionale del sistema. Da una parte, l’immagine di un potere giudiziario indipendente, deciso a dimostrare che nessuno è al di sopra della legge. Dall’altra, il sospetto — alimentato dagli stessi sostenitori di Sarkozy — che la magistratura sia mossa da motivazioni politiche.
Nelle poche parole pronunciate dopo la liberazione, Sarkozy ha detto di voler “provare la propria innocenza”. Ma le sue dichiarazioni hanno un significato più profondo: quello di un uomo che tenta di riprendere il controllo della propria narrazione, trasformando la condanna in un capitolo di resistenza personale.
Resta da vedere se riuscirà nell’impresa. Per ora, Nicolas Sarkozy torna a casa — non da vincitore, ma da combattente che non ha ancora deposto le armi. E con lui torna un interrogativo più grande: fino a che punto la Francia è davvero pronta a giudicare i suoi presidenti come cittadini qualunque?
Foto copertina: IG@nicolassarkozy
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Filly di Somma
Riavvolgiamo la macchina del tempo. Costava solo 25 centesimi nella moneta del tempo per un posto in prima classe. Ora un biglietto singolo costa 1,90. Torniamo alle ore 13 del 19 luglio 1900, quando fu inaugurata la Linea 1 della metropolitana parigina. Da quel momento quel classico e iconico biglietto – un rettangolo di cartone della dimensione ridotta di 6,5 per 3 centimetri con una striscia magnetica centrale – diventa una vera e propria istituzione e forse anche un simbolo della Parigi stessa. Non era solo un biglietto, addirittura c’è chi lo usava per arrotolare del tabacco e fumare, oppure segnare la pagina di un libro. E non tutti sanno che è stato anche considerato un pò il simbolo del pube femminile, per quella sua forma allungata e quella linea (magnetica) scura in mezzo. Adesso con l’avvento dell’era digitale quell’iconico biglietto cartaceo verrà sostituito da app e abbonamenti. Addio alla carta quindi, con un pò di nostalgia! Per tutti è sempre stato “le ticket” , ma adesso resta un lontano ricordo e c’è già chi è pronto a collezionarlo.
Dal 1 novembre 2025 il biglietto cartaceo scomparirà per sempre dopo una lunga storia di 120 anni. Oramai non verranno più stampati né timbrati, ma al loro posto ci saranno le famose app sui nostri dispositivi oppure le tessere magnetiche su cui caricare i biglietti.
In realtà questa fine era stata già preannunciata da tempo, quando a metà dell’anno 2020 si era deciso di puntare sul digitale, ma complice la pandemia e poi la guerra Russia- Ucraina, tutto si è rallentato. Alla fine il carnet di 10 biglietti scomparve del tutto entro metà 2023, mentre quello all’unità ha ancora resistito fino al 2024, con una validità di 1 ora e 30.
Adesso la scadenza definitiva è alle porte, entro l’anno 2025 il biglietto della metropolitana di Parigi sarà sostituito da quelli su telefoni cellulari o abbonamenti. Oramai già molti tornelli non leggono più i ticket cartacei.
Cosa accade dopo la scadenza?
Dal 1ᵉʳ novembre di quest’anno non è più possibile acquistare i biglietti della metropolitana sia presso le biglietterie e le macchinette automatiche.
Con lui se ne va un’era!
Resterà un lontano e nostalgico ricordo.
Sul sito della ratp.fr tutte le informazioni
foto copertina : IG@ratp
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Filly di Somma
É la prima volta che un ex Presidente Europeo entra in carcere. Condannato in primo grado per associazione a delinquere.
La condanna penale che ha portato Sarkozy in prigione riguarda il finanziamento da parte della Libia alla sua campagna presidenziale del 2007.
Nicolas Sarkozy si prepara ad affrontare la sua pena almeno per i prossimi 5 anni a partire da martedì 21 ottobre, quando ha salutato tutti per entrare in prigione.
Una cella di soli 11 metri quadri e una finestra sigillata, questa sarà la prossima “casa” dell’ex Presidente francese nei successivi anni. Posto in isolamento per garantire la sua sicurezza con gli altri detenuti. Nessun telefono cellulare a sua disposizione ma solo una piccola televisione. Potrà acquistare uno spazzolone per pulire il pavimento della sua cella. All’interno farà freddo e avrà diritto a una sciarpa della lunghezza non oltre un metro. A sua disposizione anche una forchetta e un coltello non appuntito, ma arrotondato. In dotazione avrà un fornello per preparare i pasti e potrà acquistare il cibo da un catalogo specifico, visto che la mensa propone pasti “immangiabili”. Solo un’ora al giorno di aria, nel cortile della prigione, tramite il controllo di tre guardie a ogni uscita ed entrata. Due sono le visite che potrà avere nella settimana, comprese quelle dei figli e di sua moglie, Carla Bruni. Inoltre il colloquio con i suoi avvocati potrà essere illimitato. Concessi tre libri a settimana con copertina morbida.“Non è un ex Presidente della Repubblica quello che viene arrestato questa mattina, è un uomo innocente”, questo il suo post sul social X, prima di entrare in carcere, che grida all’innocenza. Grande emozione da parte di tutti gli abitanti che hanno voluto salutarlo una volta uscito dalla sua abitazione, mano nella mano con la inseparabile moglie, Carla Bruni, che in tutto questo tempo è sempre rimasta al suo fianco. La scena ha fatto il giro del mondo ed è stata trasmessa da tutte le televisioni e testate. L’Ex Presidente francese ha così definitivamente lasciato il suo domicilio per scontare la sua pena, rinchiuso nel penitenziario La Santé di Parigi. I suoi avvocati hanno depositato la domanda di libertà condizionata. Entro un termine di due mesi, sia il giudice che la corte d’appello saranno chiamati a rispondere. La speranza di Sarkozy è quella di restare in prigione il minor tempo possibile, ma sa anche che potrebbe accadere il contrario. Fino a quando ci sarà il processo di appello, a marzo 2026, l’ex Presidente potrebbe restare nella sua minuscola cella.
”Mi porto il Conte di Monte Cristo in due volumi e la biografia di Gesù di Jean-Christian Petitfils” questo quanto affermato da Sarkozy, ma la sua intenzione sarà anche quella di scrivere un libro per raccontare questa esperienza in carcere che sicuramente lo segnerà per sempre. -
Filly di Somma
Il Louvre, simbolo mondiale della cultura francese e uno dei siti più sorvegliati della capitale con oltre 9 milioni di visitatori all’anno, è restato chiuso al pubblico per l’intera giornata di domenica 19 ottobre in seguito all’incredibile furto. Per fortuna, la rapina non ha causato feriti nel museo.E’ stato necessario evacuare le persone principalmente per preservare tracce e indizi, in modo che gli investigatori potessero lavorare con calma.
I ladri erano vestiti da operai e hanno utilizzato dei montacarichi, sono stati rubati nove pezzi della collezione dei gioielli di Napoleone. Recuperata la corona dell’imperatrice che è stata trovata danneggiata.
Il famoso Regent, il diamante più grande della collezione, dal peso di oltre 140 carati, non è stato rubato. I ladri hanno rubato nove pezzi esposti nelle vetrine “Napoléon” e “Souverains Français”, tra cui un diadema, una broche e un collier appartenuti alla coppia imperiale.
La Galleria d’Apollon, luogo iconico all’interno del Museo e del Palazzo del Louvre, ospita alcune delle collezioni storiche più preziose del museo.
I ladri erano in totale quattro: due erano vestiti da operai e indossavano gilet gialli, mentre gli altri due erano a bordo di uno scooter TMax. Sono riusciti a penetrare all’interno della celebre galleria d’Apollon, portando via quei nove gioielli preziosi e storici appartenenti alla collezione di Napoleone e dell’imperatrice.
Scene da “Lupin”, il famoso ladro che si muove indisturbato e con tutta agilità. Il furto è accaduto in una normale domenica mattina del 19 ottobre al Louvre di Parigi, che normalmente è sempre affollato di turisti, pronti a godere delle bellezze che il museo sa offrire al mondo. Shock tra i tanti visitatori già alle 9:30 del mattino, che ovviamente sono stati evacuati non appena è scattato l’allarme della rapina.
I criminali incappucciati sono riusciti a introdursi nel museo dal lato dell’edificio che guarda la Senna, dove sono attualmente in corso alcuni lavori. Hanno utilizzato un montacarichi per accedere direttamente alla sala dove erano custoditi i gioielli, nella Galleria d’Apollon.
Dopo aver rotto le finestre, due uomini sono entrati nell’edificio, mentre un terzo è rimasto all’esterno.I ladri sono poi fuggiti a bordo di uno scooter TMax, dirigendosi verso l’autostrada A6. Il furto al Louvre è una rapina di gioielli dal “valore inestimabile” compiuto in “soli 7 minuti” un tempo record.
Le indagini sono in corso.
La procura di Parigi ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per furto organizzato e associazione a delinquere finalizzata alla commissione di un reato. Si tratta chiaramente di una squadra che prima era andata in ricognizione, precisando che i vetri sono stati tagliati con piccole motoseghe a mano.
Una delle piste battute dagli inquirenti riguarda la possibile fusione dei gioielli per ricavarne l’oro.
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Filly di Somma
Tra pochi giorni ricorrerà il decimo anniversario di una delle stragi più crudeli che la Francia abbia mai vissuto. Gli attentati del 13 novembre 2015 sono stati compiuti da almeno dieci persone fra uomini e donne, responsabili di tre esplosioni nei pressi dello stadio e di sei sparatorie in diversi luoghi pubblici della capitale francese. L’attacco più sanguinoso fu al Bataclan. Ben 130 persone innocenti uccise, 413 feriti di cui 99 gravi. Quella notte, sia io che i tanti che erano a Parigi, non la potremo mai dimenticare. Una serie di attacchi terroristici di matrice islamista – sferrati da un commando armato, comunemente noto come ISIS, che li ha successivamente rivendicati – aveva scosso tutti!
Di quel 13 novembre del 2015 ricordo l’odore asfissiante della polvere da sparo, non ero lontana dai luoghi degli attentati nel centro di Parigi. Ricordo le urla, il terrore, la paura, anche quella di essere a casa al sicuro e non in pericolo, mentre al di fuori si consumava letteralmente una carneficina. Ricordo che il mio cellulare squillava all’impazzata per accertarsi che stessi bene e che fossi sana e salva, lontano da quella terribile strage, che intanto veniva trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo. Ricordo di essere rimasta immobilizzata davanti a quelle immagini proiettate sullo schermo che riprendevano le stragi e di non essere in grado di fare nulla, come se non volessi credere che a pochi metri da me c’era stata una tragedia immane che ci avrebbe cambiati per sempre. Rivivevo gli stessi attimi di terrore che avevo vissuto dieci mesi prima, con la strage di Charlie Hebdo, non lontano da dove abitavo a quel tempo. Ricordo l’immenso dolore provato nell’apprendere che la nostra amica Valeria Solesin, la giovane italiana che perse la vita mentre era al concerto all’interno del Teatro Bataclan, non ce l’aveva fatta. Una pallottola aveva distrutto il suo volto e i suoi sogni per sempre.
Quel 13 novembre 2015 mi resterà dentro a vita! Parigi non fu mai più la stessa…e nemmeno io!
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Quella sera di metà novembre Parigi sembrava diversa, un venerdì sera come tanti e con quella voglia di divertirsi e rilassarsi in compagnia. Il clima era insolitamente mite e per nulla freddo.
Diversi gli scenari. Allo Stade de France era in corso la partita Francia – Germania. Nei bistrot parigini i tavolini all’aperto erano gremiti di giovani che si godevano il fine settimana tra un “verre” e quattro chiacchiere. Al numero 50 di Boulevard Voltaire il Teatro Bataclan si stava preparando alla serata per il concerto di ” Eagles of Death Metal” ( con il senno di poi fu fatale la parola Death: morte). Si trattava di un gruppo rock californiano tanto amato dai giovani, ma non solo, e aveva appena iniziato da Parigi quel tour che lo avrebbe portato in giro per l’Europa.
La città si stava risvegliando lentamente dopo quel tragico 8 gennaio dello stesso anno (2015 ), pochi mesi prima, quando si verificò la strage di Charlie Hebdo. Erano passati solo 10 mesi e sembrava che tutto stesse pian piano tornando come prima, ma non fu così! Nella giornata di quel tragico 13 novembre 2015 vi erano stati due falsi allarmi attentati, alla Gare de Lyon e al Molitor, l’hotel che ospitava la nazionale tedesca in gara per la partita della sera. Ma non c’era motivo di preoccuparsi. Intanto nove uomini, salgono su tre macchine diverse e tutte di colore nero, le cui targhe sono di nazionalità belga. Sono arrivate da Bruxelles il giovedì sera e saranno proprio loro a stravolgere la vita di tutti, in quel tiepido venerdì parigino.
Allo Stade de France, nel viale che costeggia lo stadio, un siriano è chiuso nel suo bomber nero, non fa poi così freddo, anzi lui ha caldo, ma all’interno di esso nasconde una cintura imbottita. Lui non ha il biglietto per partecipare alla partita che è cominciata da 10 minuti. Con fare spavaldo cerca di entrare lo stesso nello stadio, sfidando i tornelli ma ovviamente viene bloccato due volte, privo di biglietto. Poi all’improvviso si ode un boato, ma è confuso con un classico petardo.Intanto un altro uomo muove i suoi passi verso lo stadio. Ecco un secondo boato. In tribuna c’è anche l’allora Presidente della Repubblica Francese – François Hollande – che viene fatto allontanare immediatamente, ma senza fare troppo rumore, si capisce chiaramente che quei boati sono tutt’altro che petardi da stadio. E ancora un altro uomo, a un chilometro dallo stadio, preme quell’interruttore che lo disintegrerà per sempre, diventando brandelli, sangue e nulla più. Allo Stadio dicono che nessuno deve sapere e che la partita deve continuare. Delle tre esplosioni nei pressi dello Stade de France, non si deve dire nulla.
Il centro di Parigi continua a sua insaputa a vivere quel fine settimana tiepido di metà novembre.
Siamo all’angolo tra Rue Bichat e Rue Alibert, e precisamente dove si trova il “Carillon”, un locale molto frequentato nel quartiere e sempre gremito di clienti, soprattutto nei fine settimana. Intanto tre uomini in una macchina nera di targa belga stanno arrivando per compiere la loro strage e questa volta si faranno ben notare. Un uomo scende dalla vettura e con il suo kalashnikov spara all’impazzata, tavolini che volano e anche qualche testa. Urla, sangue, le raffiche dei proiettili si muovono da destra a sinistra senza sosta, è una carneficina.
Accanto al “Carillon” c’è il ristornate cambogiano ” Le Petit Camboge” il quale abbassa subito la saracinesca, avvertendo il pericolo e fa in modo che i clienti si sdraino a terra per evitare di essere colpiti dai proiettili impazziti. Il terrorista con il suo kalashnikov si avvicina e spara sgretolando il cartongesso del muro. Due ragazze muoiono e sembrano birilli che saltano.
La macchina dei terroristi riparte a tutta velocità, sulla Rue Alibert e lascia dietro di sé la morte con ben 15 cadaveri a terra per mano di 100 bossoli. Intanto in Rue de La Fontaine au Roi, c’è la pizzeria ” Casa Nostra” e anche qui una pioggia di pallottole lascia 5 cadaveri.
Nella sua casa nell’ 11 arrondissement, non lontano dagli attentati, c’è il Primo Ministro Valls, il quale viene informato che la Francia è in guerra con il terrorismo e che deve fuggire nel bunker del Ministero dell’ Interno perché nel suo quartiere si spara ovunque. Eppure dieci mesi prima, proprio in quelle strade, c’era stato l’attacco terroristico alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.
Alla ” Belle Equipe” in Rue de Charonne, la gente festeggia, non si è accorta di nulla fin quando la vettura nera con i terroristi a bordo continua la sua follia omicida e anche lì non c’ è scampo, una strage di vite umane che stavano semplicemente godendo di una sera spensierata, ignari che la morte stesse arrivando anche per loro.
La scena si sposta a Boulevard Voltaire, al ” Comptoir Voltaire”. Uno degli uomini scende dalla sua auto, si siede a un tavolo del caffè parigino e poi si fa esplodere, mentre sullo schermo del locale va ancora in onda la partita allo Stade de France, come se nulla fosse.
Di fronte al Teatro Bataclan, ci sono degli uomini chiusi in un auto da due ore, luci spente e motore acceso. Un qualcosa che salta all’occhio da chi era seduto ai tavoli del ristorante “Cellar”, poco distante, e soprattutto quel qualcuno aveva anche notato che gli uomini all’interno avevano uno sguardo da zombie.
Intanto nel Teatro Bataclan è cominciato il concerto con 1500 persone che ballano e si scatenano. Ecco che il motore di quella vettura parcheggiata al di fuori, con i terroristi al loro interno, si spegne, i quattro uomini scendono ed entrano proprio lì, dove si balla, si canta, si suda, si fa festa.
La prima raffica di proiettili arriva in platea, il cui rumore sembra all’inizio un effetto scenico del concerto, ma intanto uccide già una prima decina di persone. La seconda raffica mette in fuga la band sul palco. Comincia una vera carneficina, come se fossero stati giustiziati, qualcuno è riuscito a fuggire sul retro del Teatro ma molti sono a terra, all’interno. Qualcuno si finge morto, per salvarsi, qualcuno si copre con i cadaveri, qualcuno non ce la fa e muore nel modo più ingiusto e straziante che ci sia. Una strage per vendicare ” I fratelli in Siria uccisi dai Francesi, per colpa di Hollande”, almeno è questo quello che urlano i terroristi. La carneficina è spaventosa, corpi ovunque, ma qualcuno riesce a uscire e a bussare alle porte e alle finestre delle case vicine.
Intanto nelle case parigine, le televisioni annunciano gli attacchi terroristici di Parigi. Stragi consumate in soli 40 minuti e il cui prezzo sono i tanti, innumerevoli morti, ovunque. L’annuncio è che il Presidente Hollande chiuderà i confini del Paese per sicurezza, ma in realtà, passerà del tempo prima che avvenga.
Dei tre uomini entrati nella sala del Teatro durante il concerto, uno muore e gli altri due fuggono verso la galleria e si barricano con 20 ostaggi. Quando la Polizia arriva ed entra nella scena dell’orrore vede davanti a se ” L’Inferno di Dante” , corpi smembrati, cellulari che squillano e che non avranno mai risposta. Intanto negli ospedali di Parigi vengono riaperti tutti i blocchi operatori e richiamati i chirurghi, ed è come un’ apocalisse. Ci sono più di 400 feriti e quasi 100 sono in gravissime condizioni.
Intanto in un locale fuori Bruxelles, nel cuore del quartiere di Molenbeek, caratterizzato da una grande concentrazione di immigrati, due uomini stanno fumando una canna e bevendo birra. Squilla il cellulare di uno di loro, il fratello gli chiede di andarlo a prendere a Parigi. Alle tre del mattino una vettura percorre l’autostrada da Bruxelles a Parigi. Nessun gendarme lungo la strada, eppure la Francia aveva appena annunciato la chiusura delle frontiere ma il sistema di sicurezza impiega molto tempo per agire. Alle 5 del mattino quella vettura arriva a Parigi e carica il terrorista.
Sabato 14 novembre, ore 9:15, la vettura fa il percorso inverso, per rientrare in Belgio. Viene fermata da una pattuglia della polizia francese . I quattro uomini a bordo mostrano i documenti, uno di loro ha precedenti per furto e spaccio di droga, eppure la polizia dopo il controllo augura loro ” Bon voyage” e li fa ripartire.
Quei 40 minuti del 13 novembre 2015 cambiarono Parigi, per sempre.
Cambiarono tutti noi che eravamo lì!
in foto di copertina Valeria Solesin, la giovane italiana tra le tante vittime del Bataclan
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Filly di Somma
In Francia, come del resto anche in Italia, esiste una particolare venerazione per l’abbigliamento di lusso realizzato a mano, ed è proprio in questo ambito che emerge un marchio molto interessante: CHAPAL.
Non va dimenticato che “la mode” francese è molto amata nel mondo, in particolare quando si parla di quei marchi di moda e sartoria che sicuramente hanno un qualcosa in più in termini di bellezza e originalità. La famiglia fondatrice del marchio CHAPAL rientra proprio in questa ristretta cerchia di pochi eletti.
Quando si parla di moda e di grandi marchi non bisogna mai dimenticare un aspetto molto importante, che risulta essere come un comune denominatore, la maestria. Eh sì perché se manca quella, il capo di abbigliamento o l’accessorio anche se risultano essere belli, non hanno alcuna “anima”.

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Quando si parla di CHAPAL tale maestria riguarda proprio la pelle. La catena di montaggio è attenta: si parte dal processo di concia, fino ad arrivare alla progettazione di giacche e cappotti in pelle raffinati, e poi alla realizzazione artigianale di ogni capo, esclusivamente in Francia, dato che ogni fase del percorso è gestita internamente.
Questa è sempre stata la visione dell’attuale direttore creativo (e ottava generazione della famiglia fondatrice) Jean-François Bardinon, ossia quella di confermare la posizione di CHAPAL tra le dinastie della moda francese non solo di alto livello, ma anche con una attenta e meticolosa supervisione di ogni aspetto della creazione dei propri capi.

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Una lunga storia dal 1832 e l’iconico “gilet 1914“
Fu nel lontano 1832 che l’antenato di Jean-François aprì la prima conceria CHAPAL, a cui si susseguì anche l’apertura di una conceria più grande alla periferia di Parigi, prima che la quarta generazione di CHAPAL si avventurasse oltre oceano e arrivasse fino in America per fondare un’altra proprietà a Brooklyn.
L’ attività di CHAPAL ha poi continuato a prosperare fino al 1914, quando la guerra cambiò completamente il mondo e la percezione della vita.
Oggi, il gilet 1914 è il capo più iconico di CHAPAL. L’originale fu disegnato dal marchio per vestire gli aviatori francesi che combatterono nella Prima Guerra Mondiale. La versione moderna è stata creata dal suo discendente Jean-François per rendere omaggio al patrimonio del marchio di famiglia. Sia la pelle lucida che il suo collo in montone rendono questa giacca 1914 riconoscibile come un iconico capo CHAPAL, mentre la qualità dei materiali utilizzati la rendono sia funzionale che elegante.

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Ogni aspetto della realizzazione del singolo capo è curato direttamente da CHAPAL e avviene esclusivamente in Francia. Questo è un grande punto di forza per il marchio. Vengono utilizzate in totale dodici pelli di pecora, provenienti da pecore allevate liberamente sulle montagne del Massiccio Centrale – le cui pelli sviluppano una resistenza naturale – che vengono conciate, tinte e rifinite dagli artigiani della casa di moda nei loro stabilimenti di Crocq. Una volta completate tutte queste fasi, come se fosse una meticolosa catena di montaggio, il Maestro Tagliatore (che ha un ruolo importantissimo per CHAPAL) seleziona ogni pelle in base alla dimensione e al colore prima che venga poi inviata per essere assemblata nella giacca di pelle più raffinata al mondo.

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La fase finale del processo prevede che le pelli, le parti metalliche e le fodere vengano suddivise in singoli pacchetti per ogni capo e consegnate a un unico artigiano che a sua volta le assemblerà in quella che risulterà essere la spettacolare giacca. Ogni capo contiene circa 30 diverse forme di pelle, fodera in gabardine di cotone (tinta e tagliata internamente, in linea con la filosofia Chapal) e 40 metri di cordoncino.
La qualità viene monitorata in ogni fase della produzione, con ulteriori controlli effettuati durante l’applicazione dei ritocchi finali, come i bottoni in corno naturale, prima che la giacca completata venga riconsegnata al Maestro Tagliatore per ricevere la patina e la lucidatura finali. Solo quando il Maestro è soddisfatto, il capo viene ufficialmente consacrato come Giacca in Pelle Chapal e, con la sua benedizione, viene poi spedito al suo nuovo proprietario.
Il successo della Maison
Il prestigio che la giacca originale portò a CHAPAL fu rapidamente consolidato negli anni successivi alla prima guerra mondiale, e due nuovi stabilimenti in America ampliarono le creazioni del marchio includendo anche degli accessori come i cappelli di feltro realizzati con pelliccia di coniglio.
L’azienda continuò a crescere, sviluppando il processo brevettato utilizzato per creare la pelle di montone nappa, ancora oggi utilizzata per realizzare la giacca bomber B3, fino a quando, nel 1940, la guerra costrinse nuovamente al cambiamento e il marchio francese si adattava ai tempi, stando al passo con gli stessi.
Tutte le fabbriche francesi furono costrette a cessare l’attività. Quelle con sede in America continuarono la tradizione CHAPAL di abbigliamento per aviatori fornendo pelli di pecora verniciate per l’uso da parte dell’aeronautica militare statunitense. A quelle giacche rende omaggio oggi la giacca da volo USAAF, considerata il fiore all’occhiello del marchio, una reinterpretazione moderna del modello sviluppato per la prima volta più di 80 anni fa.
Quando la pace tornò in Europa, CHAPAL tornò a creare abbigliamento di lusso, con una linea di cappotti in pelliccia di coniglio che debuttò a Londra.
Jean – François Bardinon e l’elegante showroom di Parigi
Nei decenni successivi CHAPAL ha continuato a consolidare la propria reputazione di produttore leader a livello mondiale, realizzando cappotti in pelliccia di coniglio per la Maison Christian Dior e vestendo i piloti francesi di Formula 1 con le sue iconiche giacche.

Jean-François Bardinon – IG@jfbardinon
Jean-François Bardinon è entrato nell’azienda di famiglia nel 1982 con il desiderio di creare una vera e propria casa di moda di lusso con il nome CHAPAL, utilizzando l’esperienza affinata dai suoi antenati e rendendo omaggio alle associazioni automobilistiche e aeronautiche di cui il marchio aveva goduto nel corso degli anni.
La sua prima collezione ha fatto proprio questo.

Jean-François Bardinon Showroom (photographer: Emmanuel Fradin) – legacy https://www.thesartorialclub.com/
Negli anni successivi all’arrivo di Jean-François alla guida dell’azienda, il nome CHAPAL è diventato sempre più conosciuto nel mondo, varcando i confini e facendosi conoscere dal mondo intero. Con lui ci furono dei passi importanti, come le collaborazioni con i principali marchi automobilistici francesi, la creazione di un profumo esclusivo della Maison e anche la creazione di centri d’arte in ex fabbriche – dopo che tutta la produzione era stata centralizzata nella sede spirituale di Crocq.
Ma il suo risultato più importante come capo dell’azienda è senza dubbio la creazione dello straordinario showroom parigino in rue de Rivoli 244 – chiamato Showroom Jean-François Bardinon – dove i clienti fedeli possono visitare l’intera collezione CHAPAL o commissionare una giacca di pelle su misura.

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Collocato all’interno di un elegantissimo palazzo, dove appena si varca la soglia sembra che il tempo si sia fermato e la frenesia di Parigi all’esterno si sia spenta. Si respira tanta eleganza, in nome di un lusso tutto francese ma che continua a far sognare il mondo, varcando limiti e confini.
Oggi la collezione CHAPAL comprende non solo le iconiche giacche in pelle di lusso, ma anche jeans, t-shirt, maglieria e una vasta gamma di abbigliamento da corsa. L’affinità con la velocità risale a più di 100 anni fa, a Simone Bardinon, e oggi vede clienti da tutto il mondo recarsi in rue de Rivoli per commissionare e ritirare le loro tute da corsa, i guanti e gli occhiali.
Nonostante tutta questa esperienza e questa vasta scelta, è la giacca in pelle su misura a rappresentare ancora e sempre l’apice delle capacità di CHAPAL.
Questo marchio è sicuramente l’espressione di un lusso rigorosamente francese, che non conosce barriere culturali e linguistiche, ma molto esclusivo e per pochi eletti e intenditori.
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Filly di Somma
Finalmente quel passaggio sotterraneo, un tempo riservato alla Roma Imperiale, riemerge e si svela al pubblico di tutto il mondo, dopo un attentissimo restauro.

IG@museitaliani
Il percorso sotterraneo coperto a volte, parzialmente illuminato e areato da bocche di lupo è stato inaugurato mercoledì 8 ottobre 2025, alla presenza di Alfonsina Russo, Capo Dipartimento per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale e di Massimo Osanna, Direttore generale Musei.
Il Corridoio collegava il pulvinar (il palco riservato alle alte gerarchie dell’Impero), posto all’estremità meridionale dell’asse minore del Colosseo, con l’esterno del monumento. Non previsto in fase di costruzione, fu ricavato successivamente a cavallo del I (primo) e II (secondo) secolo d.C. scavando le fondazioni dell’Anfiteatro Flavio.
L’apertura del Passaggio ha una portata straordinaria, non solo perché viene reso fruibile e accessibile un luogo ricco di fascino per la sua storia, la sua architettura e non ultimo il suo apparato decorativo – al tempo degli imperatori di esclusivo utilizzo e nascosto alla folla – ma anche perché, finalmente, per la prima volta il restauro ha restituito piena leggibilità alle superfici antiche.
Un dono prezioso per i visitatori del Parco Archeologico

IG@museitaliani
Dal 27 ottobre 2025, tutti i visitatori del Colosseo potranno attraversare il Passaggio di Commodo, questo lungo corridoio sotto al Parco Archeologico. La storia narra che l’Imperatore Commodo camminava verso il pulvinar, ossia il suo trono affacciato sull’arena, senza sapere che qualcuno stesse tramando un attentato contro di lui. Ebbene quei 40 mq saranno percorribili da tutti i visitatori del sito archeologico più famoso al mondo, regalando grandi emozioni.
Addentrandosi nel passaggio, c’è tanto da osservare. Le meravigliose volte decorate narrano le avventure di Dionisio e Arianna, gli amanti eterni. Le nicchie raccontano delle scene molto vive. Questo passaggio è considerato come l’anima nascosta del Colosseo. Il corridoio rappresentava un collegamento tra la tribuna imperiale e la parte esterna dell’ anfiteatro, in questo modo l’Imperatore poteva muoversi senza essere notato. Marmi di diversi colori, riflessi del dorato dettati dagli intonaci, volte impreziosite dagli stucchi, che bellezza da ammirare in uno spazio sotterraneo, lontano dalla luce del sole. Solo il sovrano poteva godere di questo splendore e della sua eleganza e sfarzo. Dopo un attento restauro durato un anno, finalmente questo passaggio è accessibile e non più nascosto agli occhi del mondo. Oltre alla bellezza delle decorazioni del passaggio, ogni visitatore potrà anche essere informato tramite delle mappe tattili e video, in aggiunta a delle vere e proprie ricostruzioni digitali di come erano le decorazioni originali. Ancora una volta la tecnologia svela il passato.

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L’invito è quello di non fermarsi alla superficie del Colosseo, ma di addentrarsi nei sotterranei, per rivelare la storia e le emozioni. Una volta entrati all’interno del Passaggio, l’immaginazione di ciascun visitatore farà in modo che si possa intravedere, Commodo, l’imperatore – gladiatore, camminare mentre al di fuori, nell’arena, si grida e si applaude.
Il nome Passaggio di Commodo è dovuto al fatto che l‘Imperatore Commodo, grande appassionato di giochi gladiatori, subì un attentato proprio in un luogo buio e nascosto.
Finalmente anche ciò che è segreto, torna alla luce. Un racconto scolpito nella pietra che si rivela al mondo.

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