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  • Filly di Somma

    Per i suoi 80 anni, Elle non si limita a guardare al passato: la rivista fondata nel 1945 celebra il traguardo con un programma internazionale che unisce arte, moda, cultura e solidarietà. Un anniversario che diventa l’occasione per riaffermare, in chiave contemporanea, i valori che hanno costruito l’identità del magazine: libertà, creatività, femminilità consapevole e impegno sociale.

    Una mostra itinerante dedicata all’arte femminile

    Il cuore delle celebrazioni è un ambizioso progetto artistico: Elle ha invitato 31 artiste donne provenienti da ogni continente a realizzare opere ispirate ai valori fondanti della testata. Il risultato è una mostra internazionale che, nel corso del 2025, ha viaggiato tra OsakaBangkokNew York e Parigi, trasformando l’anniversario in un dialogo culturale globale.

    La tappa parigina, ospitata da Artcurial dal 7 al 14 novembre 2025, è stata aperta gratuitamente al pubblico. Un’occasione per incontrare visioni e linguaggi artistici che intrecciano femminismo, introspezione, memoria e futuro.

    Un’asta benefica a sostegno delle donne

    Il progetto si è concluso il 14 novembre con una grande asta benefica da Artcurial: tutte le opere messe in vendita per raccogliere fondi in favore di CARE, l’organizzazione internazionale impegnata nei diritti e nell’empowerment femminile. Un gesto che traduce simbolicamente in azione concreta la missione storica di Elle: parlare alle donne, per le donne.

    La capsule collection che celebra l’estetica Elle

    Accanto al percorso artistico, Elle lancia anche una capsule collection che rilegge in chiave contemporanea alcuni degli elementi iconici del magazine. Stampe, grafiche e citazioni storiche diventano moda e oggetti, dando forma tangibile a ottant’anni di immaginario visivo.

    Speciali editoriali, libro e documentario

    La celebrazione passa anche attraverso i contenuti. Elle pubblica quattro numeri speciali dedicati ciascuno a due decenni di storia della rivista, raccontando l’evoluzione sociale, estetica e culturale del suo punto di vista sul mondo femminile.

    A completare il quadro, un documentario dal titolo “Elle et nous” approfondisce l’impatto culturale della testata negli ultimi ottant’anni, mentre un numero celebrativo, in uscita , il 20 novembre 2025, racconta il passato, il presente e le nuove direzioni del brand.

    Un trio di ragazze da copertina : Lena Mahfouf, Sophie Marceau, Ines de la Fressange. Sono tre donne che incarnano lo spirito ELLE attraverso tre generazioni. Per tre copertine “compleanno”, disponibili dal 20 novembre in edicola, oppure in formato digitale.

    Un podcast internazionale per parlare alle nuove generazioni

    Nel segno della modernità, Elle lancia anche un podcast multilingue: “Faut que je te dise”. Ventiquattro episodi brevi, pubblicati in dieci lingue, affrontano temi centrali per il pubblico giovane — corpo, identità, libertà, sessualità, salute mentale — confermando la volontà della rivista di aprire un dialogo diretto con le nuove generazioni.

    La grande soirée al Musée du Quai Branly

    Il programma culminerà il 10 dicembre 2025 con una grande soirée al Musée du Quai Branly a Parigi. L’evento riunirà artiste, personalità dello spettacolo e figure pubbliche, tra performance musicali e talk. Una celebrazione che rinnova la vocazione di Elle: essere specchio e voce del femminile contemporaneo.

    foto IG@ellefr

  • Filly di Somma

    C’è un momento dell’anno in cui la città, quasi senza accorgersene, vede cambiare il profilo dei suoi edifici più simbolici.
    Un bagliore rosso compare al calare della sera e trasforma luoghi familiari in richiami silenziosi a storie che si consumano lontano.
    È il segno che la Red Week è iniziata.


    Dal 15 al 23 novembre 2025, anche il Sacro Cuore si accende di rosso, aderendo alla campagna internazionale promossa da “Aiuto alla Chiesa che Soffre” per riportare l’attenzione sulla persecuzione dei cristiani e sulle violazioni della libertà religiosa nel mondo.


    Il momento culminante è stato il 19 novembre, il Red Wednesday, quando chiese e monumenti in diversi Paesi si sono illuminati con la stessa tonalità, trasformandosi in segnali visivi immediati.


    Il rosso, tradizionalmente legato al martirio, sulla facciata chiara del Sacro Cuore diventa un richiamo ancora più eloquente: un gesto di solidarietà verso chi vive la fede a rischio della propria sicurezza.
    L’iniziativa non vuole essere solo un effetto scenografico.

    Illuminare i monumenti significa accendere l’attenzione pubblica su una realtà spesso poco raccontata, ricordando che milioni di persone nel mondo continuano a subire discriminazioni e violenze per motivi religiosi. In questo contesto, il rosso diventa più di un colore: è un monito a non chiudere gli occhi.


  • Quest’anno ArtePadova ha rivelato con chiarezza un movimento sotterraneo che già anima la scena artistica europea: l’arte contemporanea non procede più per rotture, ma per continui scambi fra eredità storiche e nuove sensibilità materiali.


    Tra gli stand attraversati da un pubblico numeroso, l’edizione, sostenuta da Banca Mediolanum, ha riunito alcune delle firme più emblematiche del Novecento: Andy Warhol, Lucio Fontana, Mimmo Rotella, Giorgio De Chirico, Emilio Isgrò, Mario Schifano.

    Presenze che, anche a distanza di decenni, continuano a ridefinire l’immaginario collettivo. Ma ArtePadova non si limita mai a custodire i maestri: cerca, seleziona, osserva come gli artisti di oggi stiano ripensando il comportamento della materia, trasformandola in gesto, spazio o relazione.

    Tra i linguaggi più freschi, hanno spiccato le sperimentazioni di Theo Gallino, capace di trasformare materiali riciclati, pluriball, fibre industriali, frammenti urbani, in superfici poetiche, sospese tra memoria e futuro.

    In questo panorama dinamico si è inserita, con una presenza tanto misurata quanto magnetica, Elena Brovelli, oggi considerata tra le voci più interessanti del tessile contemporaneo.

    Elena Brovelli: il portale come forma di attraversamento


    Con FABIOLA., Brovelli non ha presentato un’opera, ma un portale: un’architettura sensoriale in cui la materia diventa soglia.


    Un’unica colata tessile iridescente scende dal quadro al pavimento, dilatandosi nello spazio come un movimento silenzioso. Nessuna teatralità, nessun eccesso: la sua forza risiede nella precisione del gesto.
    La fibra, trattata e modellata attraverso pressioni calibrate, registra il passaggio del corpo dell’artista. Non lo imita: lo conserva.


    Ne emerge una superficie che vibra di una vita propria, come se la materia avesse imparato a respirare.
    Brovelli appartiene a quella generazione di autori che non considerano il tessuto un semplice materiale, ma un interlocutore.

    La sua pratica, ormai consolidata e riconosciuta in contesti nazionali e internazionali, colloca il suo lavoro in una zona raffinata del contemporaneo: quella in cui l’installazione diventa rito percettivo.


    Un racconto corale tra maestri e visioni


    Ciò che ha colpito maggiormente i visitatori è stata la naturalezza con cui FABIOLA. si è inserita nel racconto complessivo della fiera.
    Non come elemento isolato, ma come una delle possibili declinazioni del dialogo tra gesto e materia che attraversava molti stand.
    In fondo, la sua presenza sembra rispondere alle stesse domande che hanno guidato Fontana nello spazio, Rotella nella superficie, Warhol nel linguaggio iconico: come modificare ciò che vediamo? Come trasformare ciò che tocchiamo?


    ArtePadova 2025 ha offerto proprio questo: un paesaggio dove passato e presente convivono, costruendo una continuità vibrante.
    E in questa continuità, i portali di Elena Brovelli non appaiono come rivelazione, ma come segno di un percorso già maturo, parte integrante dell’orizzonte artistico che verrà.

  • Filly di Somma

    Il mieloma multiplo ha colpito Giovanni Allevi in un momento in cui la sua vita era tutta dedita alla musica e alla creatività. La malattia ha imposto una battaglia quotidiana fatta di ospedali, terapie pesanti e momenti di grande fragilità fisica. Per chi vive di note e di dita sui tasti del pianoforte, il rischio di perdere la forza, la sensibilità e la precisione nelle mani è un pensiero costante: un ostacolo concreto e spaventoso per un artista.

    Eppure, proprio da questa esperienza è nata una forma di rinascita. Durante i periodi di degenza e di convalescenza, Allevi ha trasformato il dolore e la paura in musica. È in questo contesto che ha ideato il Concerto “MM22”, un’opera nata dalle lettere della malattia (“MM” come iniziali del mieloma multiplo) e costruita come un ponte tra sofferenza e bellezza. Ogni nota diventa allora simbolo di resilienza, ogni melodia un racconto di speranza: la musica non è solo espressione artistica, ma terapia, catarsi e testimonianza di vita.

    Il docufilm Back to Life racconta proprio questo: come un’esperienza dolorosa possa trasformarsi in un atto creativo e universale. Le immagini del film, tra ospedale, prove e concerti, mostrano Allevi non solo come musicista, ma come uomo che ha saputo far convivere fragilità e forza, paura e coraggio, dolore e poesia.

    In sintesi, il mieloma multiplo non ha fermato Allevi: lo ha costretto a guardarsi dentro, a confrontarsi con i limiti della vita, e a trasformare quella prova in arte che parla al cuore di chiunque l’ascolti.

    C’è un attimo sospeso, prima che la prima nota si levi nell’aria: un silenzio che contiene il mondo intero, la fragilità e la forza, la paura e la speranza. È in quel silenzio che “Allevi – Back to Life” apre il sipario, oggi nelle sale italiane, invitando lo spettatore a un viaggio delicato e intenso nel cuore di un uomo che ha saputo trasformare il dolore in luce.

    Giovanni Allevi non è soltanto un musicista. È un tessitore di emozioni, un poeta delle note, un uomo che ha camminato sull’orlo dell’abisso e ha scelto di restare. La malattia lo ha messo di fronte al limite estremo, eppure, dal buio più profondo, è nata la sua rinascita. Come un alchimista, ha trasformato la paura in musica: dalle lettere della malattia ha creato “MM22”, un concerto per violoncello e orchestra che è diario, confessione e canto della vita.

    Il regista Simone Valentini accompagna lo spettatore in questo percorso con delicatezza quasi materna: ci mostra le prove dell’orchestra, le stanze d’ospedale, i momenti di introspezione e le pause di silenzio in cui il cuore sembra parlare più forte della voce. Allevi ci invita a entrare nella sua quotidianità sospesa tra dolore e bellezza, e lo fa senza artifici, con la verità nuda e luminosa della sua esperienza.

    Quando le prime note di “MM22” riempiono la sala, si percepisce qualcosa di straordinario: la musica non è solo suono, ma respiro, palpito, vibrazione dell’anima. È un linguaggio universale, che trasforma il percorso di un singolo in esperienza collettiva, un invito a sentire la fragilità come forza e la sofferenza come apertura alla bellezza.

    Il pubblico, alle anteprime, non ha potuto fare a meno di alzarsi in piedi: standing ovation per l’artista, certo, ma anche per l’uomo che ha osato condividere le proprie cicatrici e trasformarle in poesia. Non era solo un applauso: era un abbraccio silenzioso, un riconoscimento del coraggio di vivere, amare e creare nonostante tutto.

    “Back to Life” non è un semplice docufilm: è un canto di resilienza, un inno alla vita che rinasce dalle ombre, un racconto di speranza che resta inciso nell’anima come una melodia che non si dimentica. Giovanni Allevi ci insegna, con ogni nota e ogni silenzio, che anche quando il mondo sembra spezzato, la vita può ricominciare. E lo fa con una dolcezza che ha il ritmo di un battito, la delicatezza di una carezza, e la potenza di un cuore che sa ancora cantare.

  • Filly di Somma

    Un diario sensoriale che segue un viaggiatore lungo ore, luce, profumi e atmosfere.

    Al mattino

    Quando il sole filtra timido tra le strade di Roma, chi arriva al Sofitel Rome Villa Borghese percepisce subito un cambiamento nel respiro della città. All’esterno, i motorini scivolano veloci, le foglie di Villa Borghese frusciano leggere e le cupole lontane brillano al primo chiarore. Ma dentro l’hotel, l’aria è calma, quasi sospesa. La hall accoglie con una grazia misurata: colori delicati si rincorrono sulle pareti, riflessi di luce danzano sul marmo, e ogni dettaglio sembra sussurrare una storia segreta di eleganza, memoria e poesia. Chi entra si muove come in punta di piedi, catturato dall’armonia che permea lo spazio.

    Le camere sono piccoli rifugi: il soffitto iridescente trasforma la luce del mattino in una nuvola rosa e oro, il letto MyBed invita a fermarsi, a respirare, a lasciarsi avvolgere. I bagni in marmo, con vasche profonde e fragranze delicate, trasformano ogni gesto quotidiano in un rituale sospeso: l’acqua scorre lenta, le superfici accarezzano, e anche il semplice lavarsi diventa un momento di poesia. Gli arredi, morbidi e armoniosi, accompagnano gli occhi in un lento vagare tra tessuti, legni e luci.

    A mezzogiorno

    Quando il sole raggiunge il suo culmine, il viaggiatore sale verso il piano più alto, dove il ristorante Settimo – Roman Cuisine & Terrace apre le sue porte a una vista che toglie il fiato. La terrazza è un giardino sospeso: piante verdi che ondeggiano leggere al vento, tavoli che sembrano galleggiare nell’aria e Roma che si stende sotto lo sguardo come un dipinto vivente. Villa Borghese appare come un mare verde lento e calmo, mentre le cupole e le piazze scintillano lontane. Il sole tinge tutto di luce dorata, e persino l’aria sembra vibrare di calma.

    La cucina accompagna il panorama: piatti che raccontano Roma antica con tocchi moderni, profumi che invitano a fermarsi e assaporare lentamente, ogni boccone un piccolo verso. Chi pranza qui sente il tempo rallentare, come se la città avesse deciso di concedere una pausa, un istante da custodire nella memoria.

    Nel pomeriggio

    Chi percorre i corridoi dell’hotel nota la cura dei dettagli: il passo che risuona leggero sul marmo, il fruscio delle tende mosse dalla brezza, luci e ombre che giocano tra mobili e tappeti. Ogni spazio sembra vivere con chi lo attraversa, respirare insieme ai suoi ospiti. Anche la sostenibilità, discreta ma presente, si percepisce in tutto: sistemi energetici attenti, materiali scelti con cura, un rispetto silenzioso per il mondo che rende ogni momento armonioso e consapevole.

    Le camere diventano rifugi di riposo pomeridiano: il soffitto iridescente trasforma la luce del sole in riflessi caldi, i letti accolgono come nidi, e ogni gesto, anche il più semplice, diventa lento e meditativo. Il Sofitel accompagna senza imporsi, sussurrando una sensazione di quiete e leggerezza.

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    Al tramonto

    Quando il sole cala e il cielo si tinge di rosa e arancio, la terrazza diventa un luogo magico. La città sembra respirare all’unisono con chi osserva: le cupole riflettono la luce, le fronde di Villa Borghese ondeggiano leggere e ogni tavolo diventa un piccolo osservatorio sospeso. La cucina si trasforma in un concerto di sapori e aromi, un racconto che unisce tradizione e invenzione. Ogni boccone, ogni sorso, diventa un gesto lento, un piccolo rito di bellezza e contemplazione.

    Le luci dell’hotel si accendono con delicatezza: lampade morbide illuminano la hall, corridoi e stanze, creando un’atmosfera calda e accogliente. Tutto parla di armonia e attenzione: chi soggiorna percepisce che ogni dettaglio è stato pensato per stupire senza mai sopraffare, per accompagnare senza mai disturbare.

    Di notte

    Quando la città si tinge di blu e le luci lontane brillano come stelle terrestri, il Sofitel diventa un piccolo universo sospeso. Il soffitto iridescente delle camere riflette la luce soffusa, i letti accolgono ogni corpo stanco, e il silenzio dell’hotel si mescola al respiro della città. Chi dorme qui non si limita a chiudere gli occhi: attraversa un sogno condiviso con Roma stessa, tra eleganza, storia e poesia.

    Il Sofitel Rome Villa Borghese non è un semplice luogo in cui soggiornare: è un viaggio dentro la bellezza, un racconto fatto di luce, profumi, suoni e materie. Ogni stanza, ogni corridoio, ogni terrazza narra qualcosa, e chi attraversa questo spazio porta con sé non solo un ricordo, ma un frammento di poesia da custodire, un momento di quiete sospeso nel tempo, pronto a riemergere ogni volta che il cuore chiama Roma.

  • Filly di Somma

    Ci sono luoghi che non si raggiungono: si ascendono.
    Il Vizio è uno di questi. L’ascensore del Sina Bernini Bristol scivola silenzioso verso l’alto, e mentre le porte si aprono all’ottavo piano, si ha la sensazione di entrare in un’altra Roma — una Roma sospesa, rarefatta, che osserva il suo stesso movimento da una distanza gentile.
    Qui, tra la luce del rooftop e l’odore lieve del mare, il sushi diventa un gesto poetico, un alfabeto attraverso cui si raccontano identità, memorie, incontri.

    Il dialogo invisibile tra due maestri

    In cucina non c’è rumore, c’è ritmo.
    Lo chef Nagano Tetsuo si muove con la calma di chi conosce il valore del silenzio: il coltello ti sembra scandire il tempo come un metronomo orientale. Ogni taglio è un pensiero, ogni nigiri un haiku.
    Accanto a lui, Igles Corelli porta un’altra musicalità: quella dell’Italia che sa reinventarsi senza tradirsi, che si muove tra ricordi e intuizioni, tra terra e mare.
    Non si somigliano, e proprio per questo si completano. La loro cucina non è fusione: è un colloquio. Un’unione di sguardi più che di ingredienti.

    Uno spazio che respira con la città

    Il ristorante, ridisegnato da Valerio Alecci, è un luogo dove la materia si fa leggerezza.
    Legno, vetro, luce: elementi che non impongono, ma accompagnano. L’estetica giapponese si avverte come un sussurro, un invito alla concentrazione e alla calma.
    Poi c’è la terrazza. Qui Roma appare immensa, indifesa, bellissima.
    Il Colle Quirinale, i tetti distesi, le cupole che spuntano tra un’ombra e l’altra: è come se la città stessa volesse assistere alla preparazione dei piatti.

    Non si cena: si contempla.

    Piatti che diventano racconti

    Il pesce arriva al piatto con la grazia di un racconto in prima persona.
    Il nigiri di spigola con tartufo e limone non è un semplice incontro tra ingredienti: è il punto esatto in cui due tradizioni si sfiorano come due mani che finalmente si riconoscono.
    Gli uramaki con tonno aburi, lampone e pepe sansho hanno qualcosa dell’attimo che precede un viaggio: un istante preciso in cui dolcezza, fumo e spezie si toccano e poi si dividono, lasciando nel palato il ricordo di un passaggio.

    Don, invece, sembrano ciotole in cui è contenuta la quiete: vapore, riso, stagionalità, una morbida armonia che rassicura senza annoiare.
    E i piatti mediterranei — i tortelli di Wagyu, il black cod allo yuzu — proseguono la narrazione con un altro ritmo, più caldo, più narrativo, più italiano.

    Il lusso che non ha bisogno di voce

    Da Il Vizio il lusso non si ostenta: abita i dettagli.
    Il servizio che arriva senza fretta, la luce che non giudica, il piatto che non sovrasta — tutto sembra invitare alla gratitudine.
    E il prezzo, pur riflettendo l’alta qualità, rimane una promessa mantenuta: circa 90 euro per una serata che difficilmente assomiglia a un semplice pasto.

    I riconoscimenti come sigilli di fiducia

    Le Due bacchette del Gambero Rosso non sorprendono chi ha già attraversato la soglia del ristorante.
    Sono il segno di una coerenza: quella di un luogo che non vuole imitare, ma interpretare; che non rincorre mode, ma custodisce visioni.

    Dove il sushi diventa un modo di guardare il mondo

    Il Vizio è un luogo di incontri: tra Oriente e Occidente, tra rigore e immaginazione, tra chi cucina e chi osserva.
    È un ristorante che chiede tempo e restituisce emozioni.
    E mentre Roma si apre sotto la terrazza, sembra suggerire al visitatore un’ultima cosa: che ogni piatto, ogni gesto, ogni profumo è parte di una storia più grande, e che il sushi, qui, non è un cibo — è una forma di ascolto.

  • Filly di Somma

    Nicolas Sarkozy è tornato a casa. Dopo meno di tre settimane trascorse nel carcere di La Santé, l’ex presidente francese ha ottenuto la libertà vigilata in attesa dell’appello contro la condanna a cinque anni per finanziamento illecito della campagna del 2007. È un ritorno fisico, certo, ma anche simbolico: quello di un uomo che da oltre un decennio divide la Francia tra chi lo considera un riformatore tradito dalla giustizia e chi lo vede come il volto più spregiudicato del potere politico.

    La decisione della Corte d’appello di Parigi non cancella la condanna pronunciata a settembre, ma ne sospende l’esecuzione. Per la legge francese, Sarkozy resta un imputato, non un colpevole definitivo. Tuttavia, il fatto stesso che un ex presidente della Repubblica abbia varcato le porte di un carcere rappresenta un evento senza precedenti nella Quinta Repubblica — e un colpo simbolico durissimo per un Paese che ama vedersi come modello di legalità repubblicana.

    Il caso Sarkozy racconta molto più della vicenda personale di un uomo potente: racconta la fragilità del rapporto tra politica e giustizia in Francia, dove ogni processo a un ex capo di Stato diventa un test sulla tenuta istituzionale del sistema. Da una parte, l’immagine di un potere giudiziario indipendente, deciso a dimostrare che nessuno è al di sopra della legge. Dall’altra, il sospetto — alimentato dagli stessi sostenitori di Sarkozy — che la magistratura sia mossa da motivazioni politiche.

    Nelle poche parole pronunciate dopo la liberazione, Sarkozy ha detto di voler “provare la propria innocenza”. Ma le sue dichiarazioni hanno un significato più profondo: quello di un uomo che tenta di riprendere il controllo della propria narrazione, trasformando la condanna in un capitolo di resistenza personale.

    Resta da vedere se riuscirà nell’impresa. Per ora, Nicolas Sarkozy torna a casa — non da vincitore, ma da combattente che non ha ancora deposto le armi. E con lui torna un interrogativo più grande: fino a che punto la Francia è davvero pronta a giudicare i suoi presidenti come cittadini qualunque?

    Foto copertina: IG@nicolassarkozy

  • Filly di Somma

    Riavvolgiamo la macchina del tempo. Costava solo 25 centesimi nella moneta del tempo per un posto in prima classe. Ora un biglietto singolo costa 1,90. Torniamo alle ore 13 del 19 luglio 1900, quando fu inaugurata la Linea 1 della metropolitana parigina. Da quel momento quel classico e iconico biglietto – un rettangolo di cartone della dimensione ridotta di 6,5 per 3 centimetri con una striscia magnetica centrale – diventa una vera e propria istituzione e forse anche un simbolo della Parigi stessa. Non era solo un biglietto, addirittura c’è chi lo usava per arrotolare del tabacco e fumare, oppure segnare la pagina di un libro. E non tutti sanno che è stato anche considerato un pò il simbolo del pube femminile, per quella sua forma allungata e quella linea (magnetica) scura in mezzo. Adesso con l’avvento dell’era digitale quell’iconico biglietto cartaceo verrà sostituito da app e abbonamenti. Addio alla carta quindi, con un pò di nostalgia! Per tutti è sempre stato “le ticket” , ma adesso resta un lontano ricordo e c’è già chi è pronto a collezionarlo.

    Dal 1 novembre 2025 il biglietto cartaceo scomparirà per sempre dopo una lunga storia di 120 anni. Oramai non verranno più stampati né timbrati, ma al loro posto ci saranno le famose app sui nostri dispositivi oppure le tessere magnetiche su cui caricare i biglietti.

    In realtà questa fine era stata già preannunciata da tempo, quando a metà dell’anno 2020 si era deciso di puntare sul digitale, ma complice la pandemia e poi la guerra Russia- Ucraina, tutto si è rallentato. Alla fine il carnet di 10 biglietti scomparve del tutto entro metà 2023, mentre quello all’unità ha ancora resistito fino al 2024, con una validità di 1 ora e 30.

    Adesso la scadenza definitiva è alle porte, entro l’anno 2025 il biglietto della metropolitana di Parigi sarà sostituito da quelli su telefoni cellulari o abbonamenti. Oramai già molti tornelli non leggono più i ticket cartacei.

    Cosa accade dopo la scadenza?

    Dal 1ᵉʳ novembre di quest’anno non è più possibile acquistare i biglietti della metropolitana sia presso le biglietterie e le macchinette automatiche.

    Con lui se ne va un’era!

    Resterà un lontano e nostalgico ricordo.

    Sul sito della ratp.fr tutte le informazioni

    foto copertina : IG@ratp

  • Filly di Somma

    É la prima volta che un ex Presidente Europeo entra in carcere. Condannato in primo grado per associazione a delinquere. 

    La condanna penale che ha portato Sarkozy in prigione riguarda il finanziamento da parte della Libia alla sua campagna presidenziale del 2007. 

    Nicolas Sarkozy si prepara ad affrontare la sua pena almeno per i prossimi 5 anni a partire da martedì 21 ottobre, quando ha salutato tutti per entrare in prigione.
    Una cella di soli 11 metri quadri e una finestra sigillata, questa sarà la prossima “casa” dell’ex Presidente francese nei successivi anni. Posto in isolamento per garantire la sua sicurezza con gli altri detenuti. Nessun telefono cellulare a sua disposizione ma solo una piccola televisione. Potrà acquistare uno spazzolone per pulire il pavimento della sua cella. All’interno farà freddo e avrà diritto a una sciarpa della lunghezza non oltre un metro. A sua disposizione anche una forchetta e un coltello non appuntito, ma arrotondato. In dotazione avrà un fornello per preparare i pasti e potrà acquistare il cibo da un catalogo specifico, visto che la mensa propone pasti “immangiabili”. Solo un’ora al giorno di aria, nel cortile della prigione, tramite il controllo di tre guardie a ogni uscita ed entrata. Due sono le visite che potrà avere nella settimana, comprese quelle dei figli e di sua moglie, Carla Bruni. Inoltre il colloquio con i suoi avvocati potrà essere illimitato. Concessi tre libri a settimana con copertina morbida.“Non è un ex Presidente della Repubblica quello che viene arrestato questa mattina, è un uomo innocente”, questo il suo post sul social X, prima di entrare in carcere, che grida all’innocenza. Grande emozione da parte di tutti gli abitanti che hanno voluto salutarlo una volta uscito dalla sua abitazione, mano nella mano con la inseparabile moglie, Carla Bruni, che in tutto questo tempo è sempre rimasta al suo fianco. La scena ha fatto il giro del mondo ed è stata trasmessa da tutte le televisioni e testate. L’Ex Presidente francese ha così definitivamente lasciato il suo domicilio per scontare la sua pena, rinchiuso nel penitenziario La Santé di Parigi. I suoi avvocati hanno depositato la domanda di libertà condizionata. Entro un termine di due mesi, sia il giudice che la corte d’appello saranno chiamati a rispondere. La speranza di Sarkozy è quella di restare in prigione il minor tempo possibile, ma sa anche che potrebbe accadere il contrario. Fino a quando ci sarà il processo di appello, a marzo 2026, l’ex Presidente potrebbe restare nella sua minuscola cella.


    ”Mi porto il Conte di Monte Cristo in due volumi e la biografia di Gesù di Jean-Christian Petitfils” questo quanto affermato da Sarkozy, ma la sua intenzione sarà anche quella di scrivere un libro per raccontare questa esperienza in carcere che sicuramente lo segnerà per sempre.

  • Filly di Somma

    Il Louvre, simbolo mondiale della cultura francese e uno dei siti più sorvegliati della capitale con oltre 9 milioni di visitatori all’anno, è restato chiuso al pubblico per l’intera giornata di domenica 19 ottobre in seguito all’incredibile furto. Per fortuna, la rapina non ha causato feriti nel museo.E’ stato necessario evacuare le persone principalmente per preservare tracce e indizi, in modo che gli investigatori potessero lavorare con calma.

    I ladri erano vestiti da operai e hanno utilizzato dei montacarichi, sono stati rubati nove pezzi della collezione dei gioielli di Napoleone. Recuperata la corona dell’imperatrice che è stata trovata danneggiata.

    Il famoso Regent, il diamante più grande della collezione, dal peso di oltre 140 carati, non è stato rubato. I ladri hanno rubato nove pezzi esposti nelle vetrine  “Napoléon” e “Souverains Français”, tra cui un diadema, una broche e un collier appartenuti alla coppia imperiale. 

    La Galleria d’Apollon, luogo iconico all’interno del Museo e del Palazzo del Louvre, ospita alcune delle collezioni storiche più preziose del museo. 

    I ladri erano in totale quattro: due erano vestiti da operai e indossavano gilet gialli, mentre gli altri due erano a bordo di uno scooter TMax. Sono riusciti a penetrare all’interno della celebre galleria d’Apollon, portando via quei nove gioielli preziosi e storici appartenenti alla collezione di Napoleone e dell’imperatrice.

    Scene da “Lupin”, il famoso ladro che si muove indisturbato e con tutta agilità. Il furto è accaduto in una normale domenica mattina del 19 ottobre al Louvre di Parigi, che normalmente è sempre affollato di turisti, pronti a godere delle bellezze che il museo sa offrire al mondo. Shock tra i tanti visitatori già alle 9:30 del mattino, che ovviamente sono stati evacuati non appena è scattato l’allarme della rapina.

    I criminali incappucciati sono riusciti a introdursi nel museo dal lato dell’edificio che guarda la Senna, dove sono attualmente in corso alcuni lavori. Hanno utilizzato un montacarichi per accedere direttamente alla sala dove erano custoditi i gioielli, nella Galleria d’Apollon

    Dopo aver rotto le finestre, due uomini sono entrati nell’edificio, mentre un terzo è rimasto all’esterno.I ladri sono poi fuggiti a bordo di uno scooter TMax, dirigendosi verso l’autostrada A6. Il furto al Louvre è una rapina di gioielli dal “valore inestimabile” compiuto in “soli 7 minuti” un tempo record.

    Le indagini sono in corso.

    La procura di Parigi ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per furto organizzato e associazione a delinquere finalizzata alla commissione di un reato. Si tratta chiaramente di una squadra che prima era andata in ricognizione, precisando che i vetri sono stati tagliati con piccole motoseghe a mano.

    Una delle piste battute dagli inquirenti riguarda la possibile fusione dei gioielli per ricavarne l’oro.