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  • Filly di Somma

    Ci sono momenti, viaggiando, in cui basta un profumo per farti sentire improvvisamente a casa. A Parigi, per me, è successo in una piccola via del quartiere Montorgueil, davanti alla vetrina di Pasticceria Simona.

    Appena entrata, mi sono ritrovata in un angolo d’Italia: niente atmosfere costruite, solo il banco colmo di dolci familiari e quel profumo inconfondibile di pasticceria artigianale che riporta subito ai bar di casa. Pasticceria Simona è considerata una delle prime vere pasticcerie italiane a Parigi, e capisci subito il perché.

    Il mio sguardo è andato dritto sui maritozzi con la panna, soffici e generosi, accanto ai cannoli siciliani riempiti al momento e ai pasticciotti pugliesi dalla crema profumata. Qui il panettone non è solo un dolce delle feste: è una dichiarazione d’amore alla tradizione, disponibile tutto l’anno.

    Non solo dolci: se vi capita di passare all’ora di pranzo, troverete anche focacce e proposte salate, perfette per una pausa veloce ma autentica, lontana dai soliti cliché turistici.

    Quello che rende speciale Pasticceria Simona non è solo la qualità — altissima — ma l’atmosfera semplice e sincera. È uno di quei posti dove ti fermi “solo per un dolce” e finisci per uscire con un sorriso e magari qualche nostalgia in più.

    Informazioni pratiche

    📍 8 Rue Mandar, 75002 Parigi
    🕙 Aperta generalmente tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00

    Se siete a Parigi e avete voglia di una pausa che profuma d’Italia, Pasticceria Simona è uno di quegli indirizzi che vale davvero la pena scoprire — e raccontare.

    https://www.pasticceriasimonaparis.fr/

  • Filly di Somma

    Ogni volta che torno a Parigi c’è un rito che si ripete: passo davanti all’Opéra Garnier, rallento il passo e alzo lo sguardo.
    Anche se non entro, anche se non ho uno spettacolo in programma. È uno di quei luoghi che non hanno bisogno di spiegazioni.

    Per questo ho sentito il bisogno di scrivere questa nota di viaggio: l’Opéra Garnier chiuderà per circa due anni.

    Una pausa annunciata

    La chiusura è prevista tra il 2027 e il 2029. Non si tratta di un restauro estetico, ma di lavori importanti e necessari che riguarderanno soprattutto il palcoscenico e le strutture tecniche dietro le quinte.
    È il tipo di intervento che non si vede, ma che permette a un luogo storico di continuare a esistere.

    Cosa cambia per chi viaggia

    Durante questi due anni non sarà possibile assistere a spettacoli all’Opéra Garnier.
    Tuttavia, il teatro non scomparirà del tutto dalla vita della città: alcune parti dovrebbero restare accessibili con visite guidate, anche se con limitazioni.

    Non sarà la stessa emozione di una serata all’opera, ma resta comunque un modo per entrare in contatto con uno degli edifici più affascinanti di Parigi.

    E l’opera a Parigi?

    La musica non si ferma.
    Molti spettacoli saranno trasferiti all’Opéra Bastille, il grande teatro moderno della città, mentre alcune produzioni potrebbero andare in scena in altre sedi. Se l’opera o il balletto sono parte del tuo viaggio, il consiglio è uno solo: controllare sempre la location prima di prenotare.

    Parigi cambia, ma resta Parigi

    Dopo la riapertura del Garnier, anche l’Opéra Bastille dovrebbe chiudere a sua volta per lavori, a partire dal 2030. È il segno di una città che si prende cura dei suoi luoghi simbolo, anche quando questo significa metterli temporaneamente in pausa.

    Me lo segno sul mio taccuino di viaggio:
    tra il 2027 e il 2029 il Garnier riposa.
    E forse, proprio per questo, il giorno in cui riaprirà sarà ancora più speciale.

  • Filly di Somma

    Parigi ha scelto uno dei suoi angoli più amati per rendere omaggio a Jane Birkin. Sul Canal Saint-Martin, nel 10° arrondissement, è stata inaugurata la Passerelle Jane Birkin, il primo ponte pedonale al mondo dedicato all’artista anglo-francese.

    L’intitolazione ufficiale è avvenuta il 13 dicembre 2025, in una cerimonia intima ma molto sentita, alla presenza delle figlie Charlotte Gainsbourg e Lou Doillon. Un momento simbolico, che ha unito la memoria privata della famiglia al legame profondo tra Birkin e la città di Parigi.

    La passerella collega il quai de Valmy al quai de Jemmapes ed è tutt’altro che recente: costruita nel 1860, era conosciuta come passerelle des Douanes ed è uno dei ponti più antichi del canale. Oggi, con il nuovo nome, diventa anche un luogo carico di significato culturale.

    La decisione di dedicarle il ponte è arrivata dal Consiglio di Parigi, che ha voluto celebrare non solo la carriera di Jane Birkin — attrice, cantante, musa e icona di stile — ma anche il suo spirito libero e il suo rapporto autentico con la capitale francese, dove ha vissuto a lungo.

    Ogni giorno, residenti e visitatori attraversano questo piccolo ponte senza pensarci troppo. Da ora in poi, però, quel passaggio racconta una storia diversa: quella di una donna che ha lasciato un segno profondo nella cultura europea e nell’immaginario parigino.

    Un omaggio discreto, come Parigi sa fare, ma destinato a durare nel tempo.

  • Filly di Somma

    Quando il rumore del mondo diventò troppo forte, Alain Delon voltò le spalle a Parigi e alle sue luci. Scelse la strada che porta verso sud, attraversando campi e foreste, fino a fermarsi a Douchy-Montcorbon, un piccolo paese del Loiret. Lì, a circa centoventi chilometri dalla capitale, trovò il luogo che avrebbe custodito i suoi anni più intimi: la tenuta de La Brûlerie. Non fu solo una casa, ma un approdo, un rifugio, una promessa di pace.

    Una casa nata dal desiderio di quiete

    La proprietà che Delon acquistò nei primi anni Settanta portava con sé le tracce del tempo. Un antico castello, ferito da un incendio, dominava ancora il terreno. L’attore scelse di lasciarlo andare, come si fa con ciò che appartiene a un’altra epoca, per costruire qualcosa che gli somigliasse di più. Al suo posto fece nascere un grande specchio d’acqua, un lago artificiale che rifletteva il cielo e i boschi circostanti, diventando il cuore silenzioso della tenuta.

    Attorno, centoventi ettari di natura: alberi, prati, sentieri, animali. La casa principale, discreta ed elegante, era pensata per essere vissuta, non mostrata. Ogni spazio parlava di ritiro e protezione, di una bellezza senza clamore. Qui Delon aveva creato il suo mondo, lontano dai riflettori, dove il tempo poteva scorrere lentamente.

    L’incontro con Douchy, quasi per caso

    La scelta di Douchy non fu programmata. Delon amava raccontare che vi arrivò quasi per errore, perdendosi durante un viaggio. Ma in quel luogo isolato, chiuso da mura e immerso nel verde, riconobbe subito qualcosa di essenziale. Era la solitudine che cercava, una solitudine buona, abitata dal silenzio.

    Dopo una vita passata sotto lo sguardo del pubblico, Douchy gli offriva l’anonimato, la normalità, la possibilità di essere un uomo tra gli uomini. Qui poteva camminare senza essere osservato, vivere circondato dai suoi animali, ricevere pochi amici scelti. Era vicino al villaggio, ma abbastanza lontano da restare protetto. Più volte disse che quella era la sua vera casa, l’unica in cui si fosse sentito davvero a casa.

    Un luogo per vivere, un luogo per restare

    Negli ultimi anni, quando la salute e l’età lo avevano reso più fragile, Delon non volle allontanarsi da Douchy. Era lì che desiderava restare fino alla fine. Il 18 agosto 2024, alla sua morte, il suo desiderio è stato rispettato: Alain Delon è stato sepolto all’interno della tenuta, in una cappella privata fatta costruire proprio per questo scopo. Un gesto intimo, coerente con il legame profondo che lo univa a quel luogo.

    Oggi La Brûlerie appartiene ai suoi figli, che ne custodiscono la memoria e il futuro. La tenuta resta chiusa, avvolta dalla stessa riservatezza che Delon aveva voluto per sé. Nulla è cambiato nel paesaggio: il lago, i boschi, il silenzio continuano a vegliare su quella casa.

    Nel villaggio, il suo ricordo è ancora vivo. Non solo quello dell’attore leggendario, ma dell’uomo che aveva scelto di condividere, con discrezione, la vita di una piccola comunità. Un uomo che aveva cercato la pace e l’aveva trovata lì.

    L’ultimo rifugio di una leggenda

    La Brûlerie non è stata una fuga, ma una scelta d’amore: per la natura, per il silenzio, per una vita lontana dal rumore del mondo. A Douchy, Alain Delon ha lasciato il mito fuori dal cancello e ha tenuto con sé solo ciò che contava davvero. Ed è lì, in quel lembo di terra protetto dal verde, che ha deciso di restare per sempre.

  • Filly di Somma

    A Parigi l’effimero è una forma d’arte.
    La città vive di trasformazioni che durano il tempo di una stagione, di un evento, di una luce particolare. Installazioni temporanee, piste di ghiaccio che appaiono e scompaiono, giardini effimeri, scenografie urbane nate per poche settimane: tutto concorre a creare un ritmo in cui il provvisorio diventa esperienza culturale.

    Parigi non teme ciò che è destinato a svanire; anzi, lo celebra. L’effimero qui non è fragilità, ma possibilità: un modo per reinventare luoghi storici, per riattivare lo sguardo, per invitare residenti e visitatori a vivere la città nella sua dimensione più immediata. È una poetica della trasformazione che lascia tracce non nei muri, ma nella memoria.

    In questo continuo apparire e dissolversi, Parigi riafferma la sua vocazione a sorprendere: una capitale dove anche ciò che dura poco può lasciare un segno profondo.

    Ogni inverno, quando Parigi si avvolge nella sua luce più morbida, il Grand Palais compie una trasformazione che sembra uscita da un racconto. La grande navata in vetro e acciaio, solitamente consacrata alle mostre e ai grandi eventi culturali, si apre al pubblico in una veste inattesa: un mare di ghiaccio che prende forma solo per qualche settimana. Dal 14 dicembre 2025 all’ 8 gennaio 2026Le Grand Palais des Glaces torna a stendersi sotto la cupola come una parentesi luminosa, destinata a svanire al termine delle festività.

    Entrare qui durante questo periodo è come trovarsi in un’opera vivente. La volta trasparente filtra la luce invernale, trasformando i pattinatori in sagome che si intrecciano come tratti di un pennello in continuo movimento. Le curve, le frenate, gli slanci diventano gesti coreografici che dialogano con l’architettura, restituendo al luogo un’energia diversa da quella di una sala espositiva. È l’arte che cambia pelle: non più solo da osservare, ma da praticare, con il corpo che trova spazio su oltre 2.700 m² di ghiaccio.

    La magia sta soprattutto nella sua natura effimera. Come un’installazione destinata a dissolversi, la pista esiste nel fragile equilibrio di un tempo limitato. Sboccia a dicembre, brilla per qualche settimana e poi scompare, lasciando dietro di sé soltanto il ricordo di un inverno condiviso. È in questa caducità che il Grand Palais rivela un altro volto: quello di un luogo capace di reinventarsi senza perdere la propria anima, accogliendo un’esperienza collettiva che vive solo nel presente.

    E così, mentre Parigi scorre oltre le sue porte, all’interno del Grand Palais il ghiaccio diventa un palcoscenico dove l’arte incontra il movimento, e il movimento racconta l’arte. Una parentesi breve, intensa, che ogni anno ricorda alla città quanto sia prezioso ciò che non resta per sempre.

    Quando l’arte incontra il ghiaccio, nascono il Grand Palais e la poetica dell’effimero.

    Dal 14 dicembre 2025 all’ 8 gennaio 2026, il grandioso edificio di 3 avenue du Général Eisenhower si apre a un’esperienza che dura il tempo delle feste.

  • Filly di Somma

    Par une chaude soirée de fin août, chez des amis à Paris, pendant un dîner, la télévision est allumée et diffuse une émission que je n’ai cessé de regarder depuis !

    L’émission d’Antoine de Maximy, « J’irai dormir chez vous », est l’un des formats les plus originaux jamais réalisés dans le monde du documentaire de voyage. L’idée est simple en apparence : Antoine part seul, sans équipe, sans itinéraire fixe, avec une chemise rouge désormais emblématique et un système de caméras fixées sur son torse et son épaule. Son objectif ? Se faire inviter à dormir chez quelqu’un rencontré au cours de son voyage. Il n’y a ni réservation, ni contacts préparés à l’avance. Antoine arrive dans un pays, allume sa caméra et commence à parler aux gens. C’est un voyage fondé sur la spontanéité et la confiance en l’autre. La magie de l’émission vient précisément de cette ouverture totale au hasard : chaque épisode est imprévisible, guidé par des rencontres authentiques et improvisées. Le programme n’est pas un reportage sur les monuments ou les attractions touristiques, mais sur les visages, les cuisines, les salons, les conversations. Entrer dans les maisons, c’est entrer dans la vie des gens, et Antoine a une rare capacité à mettre les gens à l’aise : il rit de lui-même, ne juge pas, écoute vraiment. En échange, il reçoit des récits intimes, des petits morceaux de quotidien, des gestes de générosité ou de méfiance qui font partie intégrante du récit.

    Chaque épisode est une fenêtre sur la normalité des autres – parfois drôle, parfois émouvante, parfois même un peu dangereuse – mais toujours profondément humaine. Pour donner au spectateur l’impression d’être « à l’intérieur » de la rencontre, de Maximy a développé un système de tournage très particulier : il voyage complètement seul, mais avec des caméras qui enregistrent en continu ce qu’il voit et ce qu’il vit. Le style est brut, direct, sans fioritures. Il n’y a pas de voix off poétiques ni de mises en scène sophistiquées : le rythme naît de la réalité elle-même. Un voyage qui parle aussi de nous. « J’irai dormir chez vous » n’est pas seulement une émission d’aventure. C’est une réflexion sur la façon dont les gens se rencontrent, se rapprochent, se font confiance. Dans chaque épisode résonne une question simple et universelle : que se passe-t-il lorsque deux inconnus s’ouvrent l’un à l’autre ? Parfois, Antoine trouve une chambre accueillante, d’autres fois un refus catégorique, d’autres encore des situations improbables qui deviennent des anecdotes irrésistibles. Mais c’est précisément cette incertitude qui fait tout le charme de la série. Antoine de Maximy entre en scène comme il entre dans les maisons du monde entier : sans frapper trop fort, avec le pas léger de celui qui a l’habitude de laisser les histoires venir à lui. Sa chemise rouge, devenue le symbole ambulant de la curiosité et de l’errance, se détache dans l’obscurité du théâtre comme un phare domestique et familier.

    On remarque immédiatement que la scène, pour lui, n’est pas si différente d’un salon improvisé en Mongolie ou d’une cuisine péruvienne pleine de voix : c’est juste une autre façon d’approcher les autres.

    Antoine de Maximy arrive maintenant au théâtre !

    Son spectacle, « J’irai dormir sur scène », est plus qu’un récit de voyage. C’est une rencontre. Antoine a toujours placé le contact humain au centre de ses pérégrinations, et ici, il le pousse à l’extrême : au lieu de chercher l’hospitalité chez des inconnus, il ouvre en quelque sorte sa maison intérieure à ceux qui l’écoutent. De sa voix calme, un peu rauque à cause du vent et des routes, il reconstitue des épisodes incroyables : des nuits passées dans des endroits improbables, des conversations qui semblaient impossibles au début, des imprévus transformés en souvenirs précieux. Sur scène défile une carte faite de visages. Chaque anecdote est un continent, chaque rire un voyage. Alors que les images de ses voyages apparaissent à l’écran, nous n’avons pas l’impression d’assister à une projection, mais d’être nous-mêmes assis dans la jeep, ou sur le sol d’une maison accueillante, ou au bord d’une route poussiéreuse.

    C’est là toute la magie de Maximy : il raconte d’une manière qui nous captive immédiatement, nous entraîne avec lui, nous rappelle que le monde n’est pas un endroit lointain, mais une somme de rencontres possibles. Et il y a, dans tout cela, une tendresse rare. Antoine ne se donne pas des airs de grand aventurier ; au contraire, il s’amuse à montrer ses gaffes, ses peurs, les solutions techniques un peu artisanales qui lui ont permis de filmer seul. Il rit de lui-même et nous invite ainsi à rire avec lui, comme on le ferait après le dîner, entre amis. C’est une façon simple et désarmante d’abattre le mur entre la scène et le public. À la fin du spectacle, on se rend compte que le titre est une promesse tenue : Antoine de Maximy, cette fois-ci, est venu dormir chez nous, dans notre imaginaire, dans notre envie de découvrir le monde. Et nous, spectateurs devenus hôtes, nous l’accueillons volontiers. Car l’écouter, ce n’est pas seulement suivre ses aventures : c’est se rappeler que la curiosité est une façon d’être vivant.

    Le spectacle ANTOINE DE MAXIMY « J’IRAI DORMIR SUR SCÈNE » sera à Paris le 16 décembre 2025 à 21h15 au Théâtre « Le Grand Point Virgule ».

  • Filly di Somma

    In una calda sera di fine agosto, a casa di amici, a Parigi, durante una cena, la tv è accesa e viene trasmesso un programma, da allora non ho mai più smesso di guardarlo!

    Il programma di Antoine de Maximy, “J’irai dormir chez vous”, è uno dei format più originali mai realizzati nel mondo del documentario di viaggio. L’idea è semplice solo in apparenza: Antoine parte da solo, senza troupe, senza itinerari rigidi, con una camicia rossa ormai iconica e un sistema di telecamere fissate al busto e sulla spalla. Il suo obiettivo? Farsi invitare a dormire da qualcuno incontrato durante il viaggio. Non ci sono prenotazioni, né contatti preparati in anticipo. Antoine arriva in un paese, accende la sua telecamera e comincia a parlare con le persone. È un viaggio fondato sulla spontaneità e sulla fiducia nell’altro. La magia del programma nasce proprio da questa totale apertura al caso: ogni episodio è imprevedibile, guidato da incontri autentici e improvvisati. Il programma non è un reportage sui monumenti o sulle attrazioni turistiche, ma sui volti, le cucine, i salotti, le conversazioni. Entrare nelle case significa entrare nelle vite, e Antoine ha una capacità rara di mettere le persone a proprio agio: ride di sé, non giudica, ascolta davvero. In cambio, riceve racconti intimi, piccoli pezzi di quotidianità, gesti di generosità o diffidenza che diventano parte della narrazione. Ogni puntata è una finestra sulla normalità altrui – a volte buffa, a volte commovente, a volte persino un po’ pericolosa – ma sempre profondamente umana. Per dare allo spettatore la sensazione di essere “dentro” l’incontro, de Maximy ha sviluppato un sistema di ripresa molto particolare: viaggia completamente solo, ma con telecamere che registrano continuamente ciò che vede e ciò che vive. Lo stile è crudo, diretto, senza fronzoli. Non ci sono voice-over poetici o regie sofisticate: il ritmo nasce dalla realtà stessa. Un viaggio che parla anche di noi. “J’irai dormir chez vous” non è solo un programma di avventura. È una riflessione sul modo in cui le persone si incontrano, si avvicinano, si fidano. In ogni episodio risuona una domanda semplice e universale: Che cosa succede quando due sconosciuti si aprono l’uno all’altro? A volte Antoine trova una camera accogliente, altre volte un rifiuto secco, altre ancora situazioni improbabili che diventano aneddoti irresistibili. Ma proprio questa incertezza è la chiave del fascino della serie. Antoine de Maximy entra in scena come entra nelle case del mondo: senza bussare troppo forte, con il passo leggero di chi è abituato a lasciare che le storie gli vengano incontro. La sua camicia rossa, quella che ormai è diventata un manifesto ambulante di curiosità e vagabondaggio, spicca nel buio del teatro come un faro domestico, familiare. Ci si accorge subito che il palco, per lui, non è così diverso da un salotto improvvisato in Mongolia o da una cucina peruviana piena di voci: è solo un altro modo di avvicinarsi agli altri.

    Adesso Antoine de Maximy arriva anche a teatro!

    Il suo spettacolo, “J’irai dormir sur scène”, è più di un racconto di viaggio. È un incontro. Antoine ha sempre fatto del contatto umano il vero centro delle sue peregrinazioni, e qui lo porta all’estremo: invece di cercare ospitalità nelle case degli sconosciuti, apre in qualche modo la propria casa interiore a chi lo ascolta. Con la sua voce calma, un po’ roca di venti e strade, ricostruisce episodi incredibili: notti passate in luoghi improbabili, conversazioni che all’inizio sembravano impossibili, imprevisti trasformati in memorie preziose. Sul palco scorre una mappa fatta di volti. Ogni aneddoto è un continente, ogni risata un tragitto. Mentre le immagini dei suoi viaggi appaiono sullo schermo, non abbiamo l’impressione di assistere a una proiezione, ma di essere noi stessi seduti nella jeep, o sul pavimento di una casa ospitale, o ai bordi di una strada polverosa. È questa la magia di de Maximy: racconta in un modo che subito ci coinvolge, ci trascina con sé, ci ricorda che il mondo non è un luogo lontano ma una somma di incontri possibili. E c’è, in tutto questo, una tenerezza rara. Antoine non si dà arie da grande avventuriero; anzi, si diverte a mostrare le sue gaffe, le sue paure, le soluzioni tecniche un po’ artigianali che gli hanno permesso di filmare da solo. Ride di sé, e così ci invita a ridere con lui, come si farebbe dopo cena, tra amici. È un modo semplice e disarmante di abbattere il muro tra palco e platea. Alla fine dello spettacolo, ci si rende conto che il titolo è una promessa mantenuta: Antoine de Maximy, stavolta, è venuto a dormire da noi, nel nostro immaginario, nella nostra voglia di scoprire il mondo. E noi, spettatori diventati ospiti, lo accogliamo volentieri. Perché ascoltarlo non è solo seguire le sue avventure: è ricordare che la curiosità è un modo di essere vivi.Lo spettacolo  ANTOINE DE MAXIMY ” J’IRAI DORMIR SUR SCENE” sarà a Parigi il 16 dicembre 2025 alle 21:15 al Teatro “Le Grand Point Virgule”

  • Filly di Somma

    Per i suoi 80 anni, Elle non si limita a guardare al passato: la rivista fondata nel 1945 celebra il traguardo con un programma internazionale che unisce arte, moda, cultura e solidarietà. Un anniversario che diventa l’occasione per riaffermare, in chiave contemporanea, i valori che hanno costruito l’identità del magazine: libertà, creatività, femminilità consapevole e impegno sociale.

    Una mostra itinerante dedicata all’arte femminile

    Il cuore delle celebrazioni è un ambizioso progetto artistico: Elle ha invitato 31 artiste donne provenienti da ogni continente a realizzare opere ispirate ai valori fondanti della testata. Il risultato è una mostra internazionale che, nel corso del 2025, ha viaggiato tra OsakaBangkokNew York e Parigi, trasformando l’anniversario in un dialogo culturale globale.

    La tappa parigina, ospitata da Artcurial dal 7 al 14 novembre 2025, è stata aperta gratuitamente al pubblico. Un’occasione per incontrare visioni e linguaggi artistici che intrecciano femminismo, introspezione, memoria e futuro.

    Un’asta benefica a sostegno delle donne

    Il progetto si è concluso il 14 novembre con una grande asta benefica da Artcurial: tutte le opere messe in vendita per raccogliere fondi in favore di CARE, l’organizzazione internazionale impegnata nei diritti e nell’empowerment femminile. Un gesto che traduce simbolicamente in azione concreta la missione storica di Elle: parlare alle donne, per le donne.

    La capsule collection che celebra l’estetica Elle

    Accanto al percorso artistico, Elle lancia anche una capsule collection che rilegge in chiave contemporanea alcuni degli elementi iconici del magazine. Stampe, grafiche e citazioni storiche diventano moda e oggetti, dando forma tangibile a ottant’anni di immaginario visivo.

    Speciali editoriali, libro e documentario

    La celebrazione passa anche attraverso i contenuti. Elle pubblica quattro numeri speciali dedicati ciascuno a due decenni di storia della rivista, raccontando l’evoluzione sociale, estetica e culturale del suo punto di vista sul mondo femminile.

    A completare il quadro, un documentario dal titolo “Elle et nous” approfondisce l’impatto culturale della testata negli ultimi ottant’anni, mentre un numero celebrativo, in uscita , il 20 novembre 2025, racconta il passato, il presente e le nuove direzioni del brand.

    Un trio di ragazze da copertina : Lena Mahfouf, Sophie Marceau, Ines de la Fressange. Sono tre donne che incarnano lo spirito ELLE attraverso tre generazioni. Per tre copertine “compleanno”, disponibili dal 20 novembre in edicola, oppure in formato digitale.

    Un podcast internazionale per parlare alle nuove generazioni

    Nel segno della modernità, Elle lancia anche un podcast multilingue: “Faut que je te dise”. Ventiquattro episodi brevi, pubblicati in dieci lingue, affrontano temi centrali per il pubblico giovane — corpo, identità, libertà, sessualità, salute mentale — confermando la volontà della rivista di aprire un dialogo diretto con le nuove generazioni.

    La grande soirée al Musée du Quai Branly

    Il programma culminerà il 10 dicembre 2025 con una grande soirée al Musée du Quai Branly a Parigi. L’evento riunirà artiste, personalità dello spettacolo e figure pubbliche, tra performance musicali e talk. Una celebrazione che rinnova la vocazione di Elle: essere specchio e voce del femminile contemporaneo.

    foto IG@ellefr

  • Filly di Somma

    C’è un momento dell’anno in cui la città, quasi senza accorgersene, vede cambiare il profilo dei suoi edifici più simbolici.
    Un bagliore rosso compare al calare della sera e trasforma luoghi familiari in richiami silenziosi a storie che si consumano lontano.
    È il segno che la Red Week è iniziata.


    Dal 15 al 23 novembre 2025, anche il Sacro Cuore si accende di rosso, aderendo alla campagna internazionale promossa da “Aiuto alla Chiesa che Soffre” per riportare l’attenzione sulla persecuzione dei cristiani e sulle violazioni della libertà religiosa nel mondo.


    Il momento culminante è stato il 19 novembre, il Red Wednesday, quando chiese e monumenti in diversi Paesi si sono illuminati con la stessa tonalità, trasformandosi in segnali visivi immediati.


    Il rosso, tradizionalmente legato al martirio, sulla facciata chiara del Sacro Cuore diventa un richiamo ancora più eloquente: un gesto di solidarietà verso chi vive la fede a rischio della propria sicurezza.
    L’iniziativa non vuole essere solo un effetto scenografico.

    Illuminare i monumenti significa accendere l’attenzione pubblica su una realtà spesso poco raccontata, ricordando che milioni di persone nel mondo continuano a subire discriminazioni e violenze per motivi religiosi. In questo contesto, il rosso diventa più di un colore: è un monito a non chiudere gli occhi.


  • Quest’anno ArtePadova ha rivelato con chiarezza un movimento sotterraneo che già anima la scena artistica europea: l’arte contemporanea non procede più per rotture, ma per continui scambi fra eredità storiche e nuove sensibilità materiali.


    Tra gli stand attraversati da un pubblico numeroso, l’edizione, sostenuta da Banca Mediolanum, ha riunito alcune delle firme più emblematiche del Novecento: Andy Warhol, Lucio Fontana, Mimmo Rotella, Giorgio De Chirico, Emilio Isgrò, Mario Schifano.

    Presenze che, anche a distanza di decenni, continuano a ridefinire l’immaginario collettivo. Ma ArtePadova non si limita mai a custodire i maestri: cerca, seleziona, osserva come gli artisti di oggi stiano ripensando il comportamento della materia, trasformandola in gesto, spazio o relazione.

    Tra i linguaggi più freschi, hanno spiccato le sperimentazioni di Theo Gallino, capace di trasformare materiali riciclati, pluriball, fibre industriali, frammenti urbani, in superfici poetiche, sospese tra memoria e futuro.

    In questo panorama dinamico si è inserita, con una presenza tanto misurata quanto magnetica, Elena Brovelli, oggi considerata tra le voci più interessanti del tessile contemporaneo.

    Elena Brovelli: il portale come forma di attraversamento


    Con FABIOLA., Brovelli non ha presentato un’opera, ma un portale: un’architettura sensoriale in cui la materia diventa soglia.


    Un’unica colata tessile iridescente scende dal quadro al pavimento, dilatandosi nello spazio come un movimento silenzioso. Nessuna teatralità, nessun eccesso: la sua forza risiede nella precisione del gesto.
    La fibra, trattata e modellata attraverso pressioni calibrate, registra il passaggio del corpo dell’artista. Non lo imita: lo conserva.


    Ne emerge una superficie che vibra di una vita propria, come se la materia avesse imparato a respirare.
    Brovelli appartiene a quella generazione di autori che non considerano il tessuto un semplice materiale, ma un interlocutore.

    La sua pratica, ormai consolidata e riconosciuta in contesti nazionali e internazionali, colloca il suo lavoro in una zona raffinata del contemporaneo: quella in cui l’installazione diventa rito percettivo.


    Un racconto corale tra maestri e visioni


    Ciò che ha colpito maggiormente i visitatori è stata la naturalezza con cui FABIOLA. si è inserita nel racconto complessivo della fiera.
    Non come elemento isolato, ma come una delle possibili declinazioni del dialogo tra gesto e materia che attraversava molti stand.
    In fondo, la sua presenza sembra rispondere alle stesse domande che hanno guidato Fontana nello spazio, Rotella nella superficie, Warhol nel linguaggio iconico: come modificare ciò che vediamo? Come trasformare ciò che tocchiamo?


    ArtePadova 2025 ha offerto proprio questo: un paesaggio dove passato e presente convivono, costruendo una continuità vibrante.
    E in questa continuità, i portali di Elena Brovelli non appaiono come rivelazione, ma come segno di un percorso già maturo, parte integrante dell’orizzonte artistico che verrà.