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Filly di Somma
Il 2026 segna il 70° anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, uno dei più celebri e longevi rapporti di amicizia tra città europee. Un legame simbolico che unisce due capitali straordinarie, protagoniste della storia, della cultura e dell’identità del continente.
Il gemellaggio nasce da una frase diventata emblematica:
“Solo Parigi è degna di Roma, solo Roma è degna di Parigi.”
Un messaggio che rappresenta il riconoscimento reciproco del valore universale delle due città.Settanta anni di gemellaggio Roma–Parigi
Dal 1956 al 2026, Roma e Parigi hanno costruito un rapporto basato su scambi culturali, cooperazione istituzionale e dialogo tra i cittadini. In questi settant’anni, il gemellaggio ha favorito: eventi culturali e artistici; collaborazioni tra scuole e università; iniziative dedicate alla lingua e alla storia italiana e francese; progetti comuni tra istituzioni e associazioni.
Il gemellaggio Roma–Parigi è diventato nel tempo un modello di collaborazione internazionale tra città.
Roma e Parigi: due capitali simbolo d’Europa
Roma, culla della civiltà antica, e Parigi, capitale della modernità e dell’Illuminismo, rappresentano due anime complementari dell’Europa. Il loro gemellaggio è un simbolo di amicizia tra Italia e Francia e di impegno comune per la cultura, la pace e i valori democratici.
Il 2026 e il futuro del gemellaggio
Celebrare nel 2026 i 70 anni del gemellaggio Roma–Parigi significa guardare al futuro senza dimenticare il passato. Le due città continuano a collaborare su temi attuali come la sostenibilità, l’innovazione urbana e l’inclusione sociale, rinnovando un legame che resta vivo e attuale.
Dopo settant’anni, il gemellaggio tra Roma e Parigi è ancora oggi un ponte culturale e umano tra due capitali che continuano a ispirare il mondo.
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Filly di Somma
Parigi, 28 dicembre 2025 — Si è spenta oggi Brigitte Bardot, attrice simbolo del cinema francese e internazionale, all’età di 91 anni. La notizia è stata confermata dalla Fondazione Brigitte Bardot, da lei fondata e guidata, che ne ha annunciato la scomparsa con un comunicato ufficiale.
Bardot, nata a Parigi nel 1934, ha rivoluzionato il cinema e la cultura popolare degli anni Cinquanta e Sessanta. Il successo mondiale arrivò nel 1956 con E Dio… creò la donna, film che la consacrò come icona di libertà e modernità. Nel corso della sua carriera partecipò a circa 50 film, lavorando con registi di fama internazionale.
Negli anni Settanta, Bardot decise di ritirarsi dal grande schermo per dedicarsi completamente alla difesa degli animali. Nel 1986 fondò la Fondazione Brigitte Bardot, impegnata a livello globale nella protezione degli animali e nella lotta contro i maltrattamenti, attività che ha portato avanti con passione fino agli ultimi anni.
Figura ammirata ma spesso controversa, Bardot ha lasciato un segno indelebile nella cultura francese e mondiale. La sua scomparsa ha già suscitato reazioni di cordoglio dal mondo politico e culturale, ricordandola come una leggenda del cinema e simbolo di un’epoca.
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Filly di Somma
Ci sono luoghi a Parigi che non si mostrano subito. Non hanno insegne appariscenti né facciate monumentali. Il Relais Christine è uno di questi: si scopre quasi per caso, varcando un portone discreto nel cuore di Saint-Germain-des-Prés, e da quel momento il tempo sembra rallentare.
Qui Parigi smette di essere frenetica e diventa intima, sussurrata.
Un rifugio nascosto tra storia e poesia
Il Relais Christine nasce sulle antiche mura di un convento del XIII secolo. Lo si percepisce nei corridoi silenziosi, nei muri spessi, nelle luci soffuse che sembrano proteggere chi entra dal rumore della città. È un luogo che invita a fermarsi, a respirare, a lasciarsi avvolgere. Non è un hotel da attraversare di fretta: è una casa parigina segreta, dove ogni dettaglio racconta una storia.
Camere che parlano di intimità
Ogni camera è diversa, come se fosse stata pensata per un ospite preciso. Tessuti morbidi, colori caldi, mobili scelti con cura: nulla è ostentato, tutto è armonioso. Alcune stanze si affacciano sul giardino interno, altre sui tetti di Parigi, regalando quella vista che fa sentire immediatamente dentro un film. Al mattino, la luce filtra delicata dalle finestre e invita a restare ancora qualche minuto sotto le coperte.

Il giardino: il lusso del silenzio
Nel cuore della Rive Gauche, il Relais Christine custodisce un vero miracolo: un giardino privato, verde e silenzioso. Qui si può fare colazione ascoltando solo il rumore delle foglie, o rientrare la sera con un libro in mano, mentre la città continua a scorrere appena oltre il muro. È uno di quei luoghi che non si dimenticano facilmente, perché a Parigi il silenzio è un lusso raro.
Prendersi cura di sé, con discrezione
Dopo una giornata tra musei, librerie e passeggiate lungo la Senna, la spa del Relais Christine diventa un rifugio nel rifugio. Intima, raccolta, pensata per il relax profondo. Anche qui tutto è misurato, elegante, mai eccessivo. Il servizio segue la stessa filosofia: presente, attento, ma sempre rispettoso della privacy. Come se l’hotel sapesse quando farsi sentire e quando sparire.
Vivere Parigi come un parigino
La posizione è semplicemente perfetta. Da qui si raggiungono a piedi Notre-Dame, il Louvre, il Quartiere Latino, i caffè storici di Saint-Germain. Ma la vera bellezza è rientrare al Relais Christine dopo una giornata intensa, chiudere il portone alle spalle e sentire che Parigi, per un momento, è tutta per voi.
Un luogo da sentire, non solo da vedere
Il Relais Christine non è un hotel per tutti. È per chi ama i dettagli, il silenzio, la bellezza discreta. Per chi cerca un’esperienza più che un semplice soggiorno. Per chi vuole portare a casa un ricordo che non si può fotografare, ma solo ricordare.
A volte, il vero lusso è sentirsi altrove. E al Relais Christine, Parigi diventa un luogo dell’anima.
La storia di un luogo che attraversa i secoli
Il fascino del Relais Christine non nasce per caso. È il risultato di una storia lunga oltre sette secoli, stratificata come le pietre che ancora oggi ne custodiscono l’anima.
Nel XIII secolo, qui sorgeva un complesso religioso legato all’abbazia dei Grands-Augustins, uno dei grandi poli spirituali e intellettuali della Parigi medievale. In quest’area, allora ai margini della città, vivevano e studiavano religiosi e studenti, immersi in un’atmosfera di silenzio, studio e raccoglimento. Un’eredità invisibile, ma ancora percepibile, che sembra aver attraversato il tempo.

Con il passare dei secoli, Parigi cambia volto. All’inizio del Seicento nasce la rue Christine, che prende il nome da Cristina di Francia, figlia di Enrico IV e Maria de’ Medici. Il quartiere si trasforma in una zona residenziale elegante, fatta di corti interne, dimore private e giardini nascosti. È in questo periodo che il luogo assume quella dimensione discreta e riservata che ancora oggi lo definisce.
L’edificio che oggi accoglie l’hotel viene ricostruito alla fine dell’Ottocento, nel 1898, assumendo l’aspetto tipico dell’architettura parigina dell’epoca: una facciata sobria, un cortile interno protetto, spazi pensati per la vita privata più che per l’esibizione.
La vera svolta arriva nel 1979, quando l’immobile viene trasformato in albergo. È una scelta controcorrente per l’epoca: nasce così uno dei primi boutique hotel di Parigi, concepito non come una struttura alberghiera tradizionale, ma come una casa parigina aperta agli ospiti, intima, raccolta, personale.
Da allora il Relais Christine ha saputo evolversi senza mai tradire se stesso. Le ristrutturazioni successive, culminate nel restyling curato dall’interior designer Laura Gonzalez, hanno valorizzato gli spazi storici – le volte in pietra, i muri antichi, il giardino segreto – reinterpretandoli con un’eleganza contemporanea, calda e raffinata.
Oggi soggiornare al Relais Christine significa abitare un luogo che ha attraversato i secoli senza perdere la propria anima. Un luogo che non racconta la sua storia a voce alta, ma la lascia affiorare nei dettagli, nei silenzi, nella sensazione rara di essere ospiti di un segreto parigino custodito con cura.

Un sigillo di eccellenza
Non è un caso se il Relais Christine fa parte della prestigiosa collezione Relais & Châteaux. Questo sigillo internazionale non rappresenta solo l’eccellenza dell’ospitalità, ma un’idea precisa di viaggio: luoghi unici, ricchi di storia, dove il lusso è fatto di autenticità, bellezza e attenzione sincera all’ospite.
Al Relais Christine, i valori di Relais & Châteaux prendono forma ogni giorno, tra il rispetto per il patrimonio storico, il servizio su misura e quell’arte dell’accoglienza che privilegia l’emozione alla spettacolarità. È un hotel che non cerca di stupire, ma di lasciare un segno duraturo.
Soggiornare qui significa scegliere un’esperienza che va oltre il semplice pernottamento: è entrare in una storia, vivere Parigi da un punto di vista privilegiato e portare con sé il ricordo di un luogo raro, dove il tempo sembra essersi fermato. Un vero Relais & Châteaux, nel senso più autentico del termine.
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Filly di Somma
Ci sono momenti, viaggiando, in cui basta un profumo per farti sentire improvvisamente a casa. A Parigi, per me, è successo in una piccola via del quartiere Montorgueil, davanti alla vetrina di Pasticceria Simona.
Appena entrata, mi sono ritrovata in un angolo d’Italia: niente atmosfere costruite, solo il banco colmo di dolci familiari e quel profumo inconfondibile di pasticceria artigianale che riporta subito ai bar di casa. Pasticceria Simona è considerata una delle prime vere pasticcerie italiane a Parigi, e capisci subito il perché.
Il mio sguardo è andato dritto sui maritozzi con la panna, soffici e generosi, accanto ai cannoli siciliani riempiti al momento e ai pasticciotti pugliesi dalla crema profumata. Qui il panettone non è solo un dolce delle feste: è una dichiarazione d’amore alla tradizione, disponibile tutto l’anno.
Non solo dolci: se vi capita di passare all’ora di pranzo, troverete anche focacce e proposte salate, perfette per una pausa veloce ma autentica, lontana dai soliti cliché turistici.
Quello che rende speciale Pasticceria Simona non è solo la qualità — altissima — ma l’atmosfera semplice e sincera. È uno di quei posti dove ti fermi “solo per un dolce” e finisci per uscire con un sorriso e magari qualche nostalgia in più.
Informazioni pratiche
📍 8 Rue Mandar, 75002 Parigi
🕙 Aperta generalmente tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00Se siete a Parigi e avete voglia di una pausa che profuma d’Italia, Pasticceria Simona è uno di quegli indirizzi che vale davvero la pena scoprire — e raccontare.
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Filly di Somma
Ogni volta che torno a Parigi c’è un rito che si ripete: passo davanti all’Opéra Garnier, rallento il passo e alzo lo sguardo.
Anche se non entro, anche se non ho uno spettacolo in programma. È uno di quei luoghi che non hanno bisogno di spiegazioni.Per questo ho sentito il bisogno di scrivere questa nota di viaggio: l’Opéra Garnier chiuderà per circa due anni.
Una pausa annunciata
La chiusura è prevista tra il 2027 e il 2029. Non si tratta di un restauro estetico, ma di lavori importanti e necessari che riguarderanno soprattutto il palcoscenico e le strutture tecniche dietro le quinte.
È il tipo di intervento che non si vede, ma che permette a un luogo storico di continuare a esistere.Cosa cambia per chi viaggia
Durante questi due anni non sarà possibile assistere a spettacoli all’Opéra Garnier.
Tuttavia, il teatro non scomparirà del tutto dalla vita della città: alcune parti dovrebbero restare accessibili con visite guidate, anche se con limitazioni.Non sarà la stessa emozione di una serata all’opera, ma resta comunque un modo per entrare in contatto con uno degli edifici più affascinanti di Parigi.
E l’opera a Parigi?
La musica non si ferma.
Molti spettacoli saranno trasferiti all’Opéra Bastille, il grande teatro moderno della città, mentre alcune produzioni potrebbero andare in scena in altre sedi. Se l’opera o il balletto sono parte del tuo viaggio, il consiglio è uno solo: controllare sempre la location prima di prenotare.Parigi cambia, ma resta Parigi
Dopo la riapertura del Garnier, anche l’Opéra Bastille dovrebbe chiudere a sua volta per lavori, a partire dal 2030. È il segno di una città che si prende cura dei suoi luoghi simbolo, anche quando questo significa metterli temporaneamente in pausa.
Me lo segno sul mio taccuino di viaggio:
tra il 2027 e il 2029 il Garnier riposa.
E forse, proprio per questo, il giorno in cui riaprirà sarà ancora più speciale. -
Filly di Somma
Parigi ha scelto uno dei suoi angoli più amati per rendere omaggio a Jane Birkin. Sul Canal Saint-Martin, nel 10° arrondissement, è stata inaugurata la Passerelle Jane Birkin, il primo ponte pedonale al mondo dedicato all’artista anglo-francese.
L’intitolazione ufficiale è avvenuta il 13 dicembre 2025, in una cerimonia intima ma molto sentita, alla presenza delle figlie Charlotte Gainsbourg e Lou Doillon. Un momento simbolico, che ha unito la memoria privata della famiglia al legame profondo tra Birkin e la città di Parigi.
La passerella collega il quai de Valmy al quai de Jemmapes ed è tutt’altro che recente: costruita nel 1860, era conosciuta come passerelle des Douanes ed è uno dei ponti più antichi del canale. Oggi, con il nuovo nome, diventa anche un luogo carico di significato culturale.
La decisione di dedicarle il ponte è arrivata dal Consiglio di Parigi, che ha voluto celebrare non solo la carriera di Jane Birkin — attrice, cantante, musa e icona di stile — ma anche il suo spirito libero e il suo rapporto autentico con la capitale francese, dove ha vissuto a lungo.
Ogni giorno, residenti e visitatori attraversano questo piccolo ponte senza pensarci troppo. Da ora in poi, però, quel passaggio racconta una storia diversa: quella di una donna che ha lasciato un segno profondo nella cultura europea e nell’immaginario parigino.
Un omaggio discreto, come Parigi sa fare, ma destinato a durare nel tempo.
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Filly di Somma
Quando il rumore del mondo diventò troppo forte, Alain Delon voltò le spalle a Parigi e alle sue luci. Scelse la strada che porta verso sud, attraversando campi e foreste, fino a fermarsi a Douchy-Montcorbon, un piccolo paese del Loiret. Lì, a circa centoventi chilometri dalla capitale, trovò il luogo che avrebbe custodito i suoi anni più intimi: la tenuta de La Brûlerie. Non fu solo una casa, ma un approdo, un rifugio, una promessa di pace.
Una casa nata dal desiderio di quiete
La proprietà che Delon acquistò nei primi anni Settanta portava con sé le tracce del tempo. Un antico castello, ferito da un incendio, dominava ancora il terreno. L’attore scelse di lasciarlo andare, come si fa con ciò che appartiene a un’altra epoca, per costruire qualcosa che gli somigliasse di più. Al suo posto fece nascere un grande specchio d’acqua, un lago artificiale che rifletteva il cielo e i boschi circostanti, diventando il cuore silenzioso della tenuta.
Attorno, centoventi ettari di natura: alberi, prati, sentieri, animali. La casa principale, discreta ed elegante, era pensata per essere vissuta, non mostrata. Ogni spazio parlava di ritiro e protezione, di una bellezza senza clamore. Qui Delon aveva creato il suo mondo, lontano dai riflettori, dove il tempo poteva scorrere lentamente.
L’incontro con Douchy, quasi per caso
La scelta di Douchy non fu programmata. Delon amava raccontare che vi arrivò quasi per errore, perdendosi durante un viaggio. Ma in quel luogo isolato, chiuso da mura e immerso nel verde, riconobbe subito qualcosa di essenziale. Era la solitudine che cercava, una solitudine buona, abitata dal silenzio.
Dopo una vita passata sotto lo sguardo del pubblico, Douchy gli offriva l’anonimato, la normalità, la possibilità di essere un uomo tra gli uomini. Qui poteva camminare senza essere osservato, vivere circondato dai suoi animali, ricevere pochi amici scelti. Era vicino al villaggio, ma abbastanza lontano da restare protetto. Più volte disse che quella era la sua vera casa, l’unica in cui si fosse sentito davvero a casa.
Un luogo per vivere, un luogo per restare
Negli ultimi anni, quando la salute e l’età lo avevano reso più fragile, Delon non volle allontanarsi da Douchy. Era lì che desiderava restare fino alla fine. Il 18 agosto 2024, alla sua morte, il suo desiderio è stato rispettato: Alain Delon è stato sepolto all’interno della tenuta, in una cappella privata fatta costruire proprio per questo scopo. Un gesto intimo, coerente con il legame profondo che lo univa a quel luogo.
Oggi La Brûlerie appartiene ai suoi figli, che ne custodiscono la memoria e il futuro. La tenuta resta chiusa, avvolta dalla stessa riservatezza che Delon aveva voluto per sé. Nulla è cambiato nel paesaggio: il lago, i boschi, il silenzio continuano a vegliare su quella casa.
Nel villaggio, il suo ricordo è ancora vivo. Non solo quello dell’attore leggendario, ma dell’uomo che aveva scelto di condividere, con discrezione, la vita di una piccola comunità. Un uomo che aveva cercato la pace e l’aveva trovata lì.
L’ultimo rifugio di una leggenda
La Brûlerie non è stata una fuga, ma una scelta d’amore: per la natura, per il silenzio, per una vita lontana dal rumore del mondo. A Douchy, Alain Delon ha lasciato il mito fuori dal cancello e ha tenuto con sé solo ciò che contava davvero. Ed è lì, in quel lembo di terra protetto dal verde, che ha deciso di restare per sempre.
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Filly di Somma
A Parigi l’effimero è una forma d’arte.
La città vive di trasformazioni che durano il tempo di una stagione, di un evento, di una luce particolare. Installazioni temporanee, piste di ghiaccio che appaiono e scompaiono, giardini effimeri, scenografie urbane nate per poche settimane: tutto concorre a creare un ritmo in cui il provvisorio diventa esperienza culturale.Parigi non teme ciò che è destinato a svanire; anzi, lo celebra. L’effimero qui non è fragilità, ma possibilità: un modo per reinventare luoghi storici, per riattivare lo sguardo, per invitare residenti e visitatori a vivere la città nella sua dimensione più immediata. È una poetica della trasformazione che lascia tracce non nei muri, ma nella memoria.
In questo continuo apparire e dissolversi, Parigi riafferma la sua vocazione a sorprendere: una capitale dove anche ciò che dura poco può lasciare un segno profondo.
Ogni inverno, quando Parigi si avvolge nella sua luce più morbida, il Grand Palais compie una trasformazione che sembra uscita da un racconto. La grande navata in vetro e acciaio, solitamente consacrata alle mostre e ai grandi eventi culturali, si apre al pubblico in una veste inattesa: un mare di ghiaccio che prende forma solo per qualche settimana. Dal 14 dicembre 2025 all’ 8 gennaio 2026, Le Grand Palais des Glaces torna a stendersi sotto la cupola come una parentesi luminosa, destinata a svanire al termine delle festività.
Entrare qui durante questo periodo è come trovarsi in un’opera vivente. La volta trasparente filtra la luce invernale, trasformando i pattinatori in sagome che si intrecciano come tratti di un pennello in continuo movimento. Le curve, le frenate, gli slanci diventano gesti coreografici che dialogano con l’architettura, restituendo al luogo un’energia diversa da quella di una sala espositiva. È l’arte che cambia pelle: non più solo da osservare, ma da praticare, con il corpo che trova spazio su oltre 2.700 m² di ghiaccio.

La magia sta soprattutto nella sua natura effimera. Come un’installazione destinata a dissolversi, la pista esiste nel fragile equilibrio di un tempo limitato. Sboccia a dicembre, brilla per qualche settimana e poi scompare, lasciando dietro di sé soltanto il ricordo di un inverno condiviso. È in questa caducità che il Grand Palais rivela un altro volto: quello di un luogo capace di reinventarsi senza perdere la propria anima, accogliendo un’esperienza collettiva che vive solo nel presente.
E così, mentre Parigi scorre oltre le sue porte, all’interno del Grand Palais il ghiaccio diventa un palcoscenico dove l’arte incontra il movimento, e il movimento racconta l’arte. Una parentesi breve, intensa, che ogni anno ricorda alla città quanto sia prezioso ciò che non resta per sempre.
Quando l’arte incontra il ghiaccio, nascono il Grand Palais e la poetica dell’effimero.
Dal 14 dicembre 2025 all’ 8 gennaio 2026, il grandioso edificio di 3 avenue du Général Eisenhower si apre a un’esperienza che dura il tempo delle feste.
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Filly di Somma
Par une chaude soirée de fin août, chez des amis à Paris, pendant un dîner, la télévision est allumée et diffuse une émission que je n’ai cessé de regarder depuis !
L’émission d’Antoine de Maximy, « J’irai dormir chez vous », est l’un des formats les plus originaux jamais réalisés dans le monde du documentaire de voyage. L’idée est simple en apparence : Antoine part seul, sans équipe, sans itinéraire fixe, avec une chemise rouge désormais emblématique et un système de caméras fixées sur son torse et son épaule. Son objectif ? Se faire inviter à dormir chez quelqu’un rencontré au cours de son voyage. Il n’y a ni réservation, ni contacts préparés à l’avance. Antoine arrive dans un pays, allume sa caméra et commence à parler aux gens. C’est un voyage fondé sur la spontanéité et la confiance en l’autre. La magie de l’émission vient précisément de cette ouverture totale au hasard : chaque épisode est imprévisible, guidé par des rencontres authentiques et improvisées. Le programme n’est pas un reportage sur les monuments ou les attractions touristiques, mais sur les visages, les cuisines, les salons, les conversations. Entrer dans les maisons, c’est entrer dans la vie des gens, et Antoine a une rare capacité à mettre les gens à l’aise : il rit de lui-même, ne juge pas, écoute vraiment. En échange, il reçoit des récits intimes, des petits morceaux de quotidien, des gestes de générosité ou de méfiance qui font partie intégrante du récit.
Chaque épisode est une fenêtre sur la normalité des autres – parfois drôle, parfois émouvante, parfois même un peu dangereuse – mais toujours profondément humaine. Pour donner au spectateur l’impression d’être « à l’intérieur » de la rencontre, de Maximy a développé un système de tournage très particulier : il voyage complètement seul, mais avec des caméras qui enregistrent en continu ce qu’il voit et ce qu’il vit. Le style est brut, direct, sans fioritures. Il n’y a pas de voix off poétiques ni de mises en scène sophistiquées : le rythme naît de la réalité elle-même. Un voyage qui parle aussi de nous. « J’irai dormir chez vous » n’est pas seulement une émission d’aventure. C’est une réflexion sur la façon dont les gens se rencontrent, se rapprochent, se font confiance. Dans chaque épisode résonne une question simple et universelle : que se passe-t-il lorsque deux inconnus s’ouvrent l’un à l’autre ? Parfois, Antoine trouve une chambre accueillante, d’autres fois un refus catégorique, d’autres encore des situations improbables qui deviennent des anecdotes irrésistibles. Mais c’est précisément cette incertitude qui fait tout le charme de la série. Antoine de Maximy entre en scène comme il entre dans les maisons du monde entier : sans frapper trop fort, avec le pas léger de celui qui a l’habitude de laisser les histoires venir à lui. Sa chemise rouge, devenue le symbole ambulant de la curiosité et de l’errance, se détache dans l’obscurité du théâtre comme un phare domestique et familier.
On remarque immédiatement que la scène, pour lui, n’est pas si différente d’un salon improvisé en Mongolie ou d’une cuisine péruvienne pleine de voix : c’est juste une autre façon d’approcher les autres.
Antoine de Maximy arrive maintenant au théâtre !

Son spectacle, « J’irai dormir sur scène », est plus qu’un récit de voyage. C’est une rencontre. Antoine a toujours placé le contact humain au centre de ses pérégrinations, et ici, il le pousse à l’extrême : au lieu de chercher l’hospitalité chez des inconnus, il ouvre en quelque sorte sa maison intérieure à ceux qui l’écoutent. De sa voix calme, un peu rauque à cause du vent et des routes, il reconstitue des épisodes incroyables : des nuits passées dans des endroits improbables, des conversations qui semblaient impossibles au début, des imprévus transformés en souvenirs précieux. Sur scène défile une carte faite de visages. Chaque anecdote est un continent, chaque rire un voyage. Alors que les images de ses voyages apparaissent à l’écran, nous n’avons pas l’impression d’assister à une projection, mais d’être nous-mêmes assis dans la jeep, ou sur le sol d’une maison accueillante, ou au bord d’une route poussiéreuse.
C’est là toute la magie de Maximy : il raconte d’une manière qui nous captive immédiatement, nous entraîne avec lui, nous rappelle que le monde n’est pas un endroit lointain, mais une somme de rencontres possibles. Et il y a, dans tout cela, une tendresse rare. Antoine ne se donne pas des airs de grand aventurier ; au contraire, il s’amuse à montrer ses gaffes, ses peurs, les solutions techniques un peu artisanales qui lui ont permis de filmer seul. Il rit de lui-même et nous invite ainsi à rire avec lui, comme on le ferait après le dîner, entre amis. C’est une façon simple et désarmante d’abattre le mur entre la scène et le public. À la fin du spectacle, on se rend compte que le titre est une promesse tenue : Antoine de Maximy, cette fois-ci, est venu dormir chez nous, dans notre imaginaire, dans notre envie de découvrir le monde. Et nous, spectateurs devenus hôtes, nous l’accueillons volontiers. Car l’écouter, ce n’est pas seulement suivre ses aventures : c’est se rappeler que la curiosité est une façon d’être vivant.
Le spectacle ANTOINE DE MAXIMY « J’IRAI DORMIR SUR SCÈNE » sera à Paris le 16 décembre 2025 à 21h15 au Théâtre « Le Grand Point Virgule ».
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Filly di Somma
In una calda sera di fine agosto, a casa di amici, a Parigi, durante una cena, la tv è accesa e viene trasmesso un programma, da allora non ho mai più smesso di guardarlo!
Il programma di Antoine de Maximy, “J’irai dormir chez vous”, è uno dei format più originali mai realizzati nel mondo del documentario di viaggio. L’idea è semplice solo in apparenza: Antoine parte da solo, senza troupe, senza itinerari rigidi, con una camicia rossa ormai iconica e un sistema di telecamere fissate al busto e sulla spalla. Il suo obiettivo? Farsi invitare a dormire da qualcuno incontrato durante il viaggio. Non ci sono prenotazioni, né contatti preparati in anticipo. Antoine arriva in un paese, accende la sua telecamera e comincia a parlare con le persone. È un viaggio fondato sulla spontaneità e sulla fiducia nell’altro. La magia del programma nasce proprio da questa totale apertura al caso: ogni episodio è imprevedibile, guidato da incontri autentici e improvvisati. Il programma non è un reportage sui monumenti o sulle attrazioni turistiche, ma sui volti, le cucine, i salotti, le conversazioni. Entrare nelle case significa entrare nelle vite, e Antoine ha una capacità rara di mettere le persone a proprio agio: ride di sé, non giudica, ascolta davvero. In cambio, riceve racconti intimi, piccoli pezzi di quotidianità, gesti di generosità o diffidenza che diventano parte della narrazione. Ogni puntata è una finestra sulla normalità altrui – a volte buffa, a volte commovente, a volte persino un po’ pericolosa – ma sempre profondamente umana. Per dare allo spettatore la sensazione di essere “dentro” l’incontro, de Maximy ha sviluppato un sistema di ripresa molto particolare: viaggia completamente solo, ma con telecamere che registrano continuamente ciò che vede e ciò che vive. Lo stile è crudo, diretto, senza fronzoli. Non ci sono voice-over poetici o regie sofisticate: il ritmo nasce dalla realtà stessa. Un viaggio che parla anche di noi. “J’irai dormir chez vous” non è solo un programma di avventura. È una riflessione sul modo in cui le persone si incontrano, si avvicinano, si fidano. In ogni episodio risuona una domanda semplice e universale: Che cosa succede quando due sconosciuti si aprono l’uno all’altro? A volte Antoine trova una camera accogliente, altre volte un rifiuto secco, altre ancora situazioni improbabili che diventano aneddoti irresistibili. Ma proprio questa incertezza è la chiave del fascino della serie. Antoine de Maximy entra in scena come entra nelle case del mondo: senza bussare troppo forte, con il passo leggero di chi è abituato a lasciare che le storie gli vengano incontro. La sua camicia rossa, quella che ormai è diventata un manifesto ambulante di curiosità e vagabondaggio, spicca nel buio del teatro come un faro domestico, familiare. Ci si accorge subito che il palco, per lui, non è così diverso da un salotto improvvisato in Mongolia o da una cucina peruviana piena di voci: è solo un altro modo di avvicinarsi agli altri.

Adesso Antoine de Maximy arriva anche a teatro!
Il suo spettacolo, “J’irai dormir sur scène”, è più di un racconto di viaggio. È un incontro. Antoine ha sempre fatto del contatto umano il vero centro delle sue peregrinazioni, e qui lo porta all’estremo: invece di cercare ospitalità nelle case degli sconosciuti, apre in qualche modo la propria casa interiore a chi lo ascolta. Con la sua voce calma, un po’ roca di venti e strade, ricostruisce episodi incredibili: notti passate in luoghi improbabili, conversazioni che all’inizio sembravano impossibili, imprevisti trasformati in memorie preziose. Sul palco scorre una mappa fatta di volti. Ogni aneddoto è un continente, ogni risata un tragitto. Mentre le immagini dei suoi viaggi appaiono sullo schermo, non abbiamo l’impressione di assistere a una proiezione, ma di essere noi stessi seduti nella jeep, o sul pavimento di una casa ospitale, o ai bordi di una strada polverosa. È questa la magia di de Maximy: racconta in un modo che subito ci coinvolge, ci trascina con sé, ci ricorda che il mondo non è un luogo lontano ma una somma di incontri possibili. E c’è, in tutto questo, una tenerezza rara. Antoine non si dà arie da grande avventuriero; anzi, si diverte a mostrare le sue gaffe, le sue paure, le soluzioni tecniche un po’ artigianali che gli hanno permesso di filmare da solo. Ride di sé, e così ci invita a ridere con lui, come si farebbe dopo cena, tra amici. È un modo semplice e disarmante di abbattere il muro tra palco e platea. Alla fine dello spettacolo, ci si rende conto che il titolo è una promessa mantenuta: Antoine de Maximy, stavolta, è venuto a dormire da noi, nel nostro immaginario, nella nostra voglia di scoprire il mondo. E noi, spettatori diventati ospiti, lo accogliamo volentieri. Perché ascoltarlo non è solo seguire le sue avventure: è ricordare che la curiosità è un modo di essere vivi.Lo spettacolo ANTOINE DE MAXIMY ” J’IRAI DORMIR SUR SCENE” sarà a Parigi il 16 dicembre 2025 alle 21:15 al Teatro “Le Grand Point Virgule”
