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  • Filly di Somma

    Du 11 décembre 2024 au 19 mars 2025, une merveilleuse installation de fils de laine tissés par Chiharu Shiota sera l’occasion très attendue de rouvrir les portes d’un lieu emblématique parisien : le Grand Palais.

    Pas moins de 120 œuvres, 7 installations géantes et plus de 40 kilomètres de fils, placés sous le signe de l’art contemporain, de l’émotion et de la poésie.

    Telle une immense toile évocatrice, tissée comme par une araignée, elle accompagnera tous ceux qui entreront et admireront cette verrière, considérée comme l’une des plus célèbres de la capitale française, durant ces mois, jusqu’au début du printemps à Paris. Ce toit – d’où l’on aperçoit la ville à l’extérieur – a toujours été le joyau de la couronne du Grand Palais à Paris.

    “L’âme tremble “, tel est le titre de l’exposition contemporaine présentée au Grand Palais à Paris, grâce au talent de l’artiste japonaise Chiharu Shiota. Cette exposition poétique et évocatrice aura pour thème « la vulnérabilité de la vie ».

    L’artiste est née à Osaka, au Japon. Diplômée en 1972. Sa maîtrise consiste à combiner installations, performances et art corporel, le corps étant toujours au centre. Ses œuvres sont réalisées avec des installations de fils de laine tissés, de couleur rouge ou noire. Les filets suspendus sont graphiques et spectaculaires. Ceux qui admirent ces installations ont une tâche à accomplir : trouver leur place et leur chemin.

    Le mouvement, la temporalité et la vulnérabilité sont traduits par l’entrelacement des fils. En effet, ce qui apparaît, ce sont aussi « les frémissements de l’âme », d’où le titre de l’exposition.

    Avec ses œuvres, l’artiste japonais « dialogue » avec le public visiteur, révélant non seulement les nombreuses questions qu’il se pose, mais aussi de grandes émotions. Il suffit de penser à une robe dans le miroir qui crée la confusion dans nos sens, ou à une échelle de valises qui ne cessent de s’empiler.

    Une exposition à ne pas manquer. Entre ombre et lumière, Chiharu Shiota invite le visiteur à s’immerger dans ses installations monumentales, où des milliers de fils tissent des histoires intimes. Si le tissage de ces fils est devenu sa signature, son univers artistique s’étend également à la sculpture, la photographie, la vidéo et le dessin.

    Cette artiste japonaise contemporaine explore les thèmes de la mémoire et de l’identité avec une rare poésie et est acclamée dans le monde entier pour ses créations enchanteresses.


    11 décembre 2024 – 19 mars 2025

    Grand Palais
    3 Avenue du Général Eisenhower
    75008 Paris
    http://www.grandpalais.fr

    Photos: IG @le_grand_palais

  • Filly di Somma

    Dall’11 dicembre 2024 al 19 marzo 2025 una meravigliosa installazione di fili di lana intrecciati, opera di Chiharu Shiota, sarà l’attesa occasione per riaprire le porte di un iconico luogo parigino: il Grand Palais.

    Ben 120 opere, 7 installazioni enormi e più di 40 chilometri di filo. Numeri da capogiro, all’insegna dell’arte contemporanea, delle emozioni e della poesia.

    Come una suggestiva enorme tela, tessuta come se fosse opera di un ragno, accompagnerà in questi mesi, fino all’inizio della primavera parigina, chiunque entri e ammiri quel tetto di vetro, considerato uno dei più famosi della capitale francese. Da sempre questo tetto – da cui la città al di fuori sbircia – è il fiore all’occhiello del Grand Palais di Parigi.

    IG@le_grand_palais

    ” The Soul Trembles” – l’ Anima Trema – questo il titolo della mostra contemporanea nel Grande Palazzo di Parigi, grazie al talento dell’artista giapponese Chiharu Shiota. Il tema su cui si concentra questa poetica e suggestiva esposizione sarà ” la vulnerabilità della vita”.

    IG@le_grand_palais

    L’artista è nata ad Osaka, in Giappone. Classe 1972. La sua maestria consiste nel combinare installazioni, performance e body art. Il corpo è sempre al centro. Le sue opere si realizzano con installazioni di fili di lana intrecciati, il cui colore è rosso o nero. Le reti sospese sono dei veri e propri grafici e sono spettacolari. Chi ammira queste installazioni ha un compito da svolgere: trovare il proprio posto e la propria strada.

    Il movimento e la temporalità, oltre alla vulnerabilità sono tradotti con gli intrecci dei fili. In effetti quello che appare sono anche “i fremiti della propria anima”, da qui il titolo della mostra.

    IG@le_grand_palais

    L’artista giapponese con le sue opere “dialoga” con il pubblico visitatore facendo trapelare non solo i tanti interrogativi che si pone ma anche le grandi emozioni. Basti pensare a un vestito allo specchio il quale genera confusione nei nostri sensi o ancora una scala di valigie le quali non smettono mai di accumularsi.

    Una mostra imperdibile. Tra luce e ombra, Chiharu Shiota invita i visitatori a immergersi nelle sue installazioni monumentali, dove migliaia di fili tessono storie intime. Se l’intreccio di questi fili è diventato la sua firma, il suo universo artistico si estende anche alla scultura, alla fotografia, al video e al disegno.

    Questa artista giapponese contemporanea, esplora i temi della memoria e dell’identità con un raro tocco poetico ed è acclamata in tutto il mondo per le sue incantevoli creazioni.

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    11 dicembre 2024 – 19 marzo 2025

    Grand Palais
    3 Avenue du Général Eisenhower
    75008 Paris

    www.grandpalais.fr

    IG@le_grand_palais

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    Foto copertina: IG@le_grand_palais

  • Filly di Somma

    Il titolo “Bancha” evoca già tanto e racconta molto del romanzo e dell’autrice, la quale ci regala un’immagine del Giappone meravigliosa e intrisa di profondi significati.

    Il tè bancha è relativamente economico rispetto ad altri tipi di tè verde, proprio perché si ottiene dalle foglie più grandi e mature dei raccolti tardivi e non dalle giovani gemme raccolte in primavera. Questo lo rende un’opzione conveniente per chi desidera una bevanda sana e gustosa. Il tè bancha ha un ottimo gusto fresco, deciso e dissetante con note lievemente amare rispetto agli altri tè verdi giapponesi. Nell’ambiente rilascia un profumo di nocciole ed è un ottimo alleato per gli abbinamenti di prodotti dolciari.

    Proprio questi sapori, odori e aromi, aleggiano tra le pagine del romanzo, quasi come se la carta ne fosse intrisa.

    Siamo alla fine degli anni Novanta. Lo scenario è la città di Roma, ma non si resta qui, lo scenario cambia nel corso del romanzo.

    Una giovane donna decisa e indipendente vive in una splendida proprietà di trenta ettari e ha davanti a sé la prospettiva di un futuro da dirigente in una delle più famose e importanti aziende italiane.

    Tutto sembra meraviglioso nella sua vita.

    La donna è sentimentalmente legata a un ragazzo di buona famiglia.

    La sua infanzia è stata dettata dalla figura del nonno paterno, un uomo – manager di successo – con cui è cresciuta, ma dal carattere poco incline alle effusioni e molto freddo. La donna non ha comunque particolare curiosità nel conoscere la storia dei suoi genitori. Ma una cosa la sa per certa: il padre è deceduto in Giappone quando lei era molto piccola.

    Poi accade qualcosa di inaspettato che stravolgerà la sua vita. L’ arrivo di una lettera inviatale dal nonno materno sarà decisiva. La donna vuole conoscerlo e intraprende un viaggio in Giappone.

    Da qui si apre un mondo tutto da scoprire per lei.

    Durante questa esperienza avrà modo di conoscersi come una donna diversa.

    Proprio come accade nel kintsugi della tradizione giapponese – in cui la ceramica in frantumi viene ricomposta e impreziosita con l’oro – sarà proprio lei a dover rimettere insieme i frammenti della sua vita e quindi a renderla più ricca di quella che ha vissuto.

    Il romanzo – scritto egregiamente da Micaela Giambanco – fonde il fascino millenario della cultura giapponese con uno stile originale e ci si sente immediatamente rapiti dalla sua abilità nel raccontare.

    Micaela Giambanco utilizza le parole come i pennelli di un dipinto, il quale appare vellutato e avvolgente, e che si svela nella combinazione di incenso e tè.

    Le emozioni del lettore tra le pagine di “Bancha”

    Leggendo questo libro ciascun lettore – sensibile e attento – in un modo o in un altro si trova catapultato in Giappone.

    Sarà totalmente immerso in un mondo diverso, ricco di tradizioni e gesti affascinanti quanto inusuali per noi occidentali. Per chi ama il Giappone e lo conosce, leggere “Bancha” sarà come rivivere attimi passati e vissuti anni fa. Chi invece ancora non lo conosce avrà modo di superare luoghi comuni e comprendere certe emozioni che solo il Paese del Sol Levante sa regalare.

    Nel romanzo viene a galla il grande dolore di una perdita, imparando comunque a uscirne più forti e completi. Una lettura gradevolissima e leggera, ma con molto contenuto. Proprio come il te’, e questo spiega la scelta del titolo.

    Le descrizioni accurate dell’autrice richiamano atmosfere del Giappone lontano geograficamente, ma vicinissimo a tutti, per come l’autrice le evoca. C’e’ tanto sentimento e traspare il grande amore per la cultura e le affascinanti tradizioni giapponesi. Un romanzo in cui il lettore “sente” davvero gli odori e i sapori del Sol Levante e ne resta rapito.

    Molti lettori hanno definito “Bancha” un libro speciale, che riesce a prendere per mano chiunque si trovi incollato tra quelle righe. Si viene condotti in una dimensione diversa. Chiunque, tra quelle pagine, si avvicina a una cultura affascinante, che “profuma” davvero di quei sapori e odori unici in Giappone.
    Attraverso gli occhi e il cuore della protagonista il lettore ha la sensazione di poter compiere un primo passo verso un mondo così diverso ma così intrigante. Alla fine, quando il libro è terminato, la prima cosa a cui si pensa è quella di prenotare il primo volo per il Giappone, per scoprirlo o riscoprirlo.

    Bancha” è un romanzo da leggere per “viaggiare” nell’affascinante Giappone con gli occhi di Micaela Giambanco.

    NOTE SULL’ AUTRICE

    IG @mikachan_ristorante_giapponese

    Micaela Giambanco ha cominciato a viaggiare all’età di quattordici anni per approfondire la conoscenza delle lingue. Studentessa di karate ha mostrato un forte richiamo verso la cultura orientale e all’età di diciannove anni si è trasferita a Kurume, una piccola città di Kyushu a sud del Giappone per poter approfondire la disciplina.

    Durante il suo percorso ha poi avuto modo di lavorare e di approfondire la cucina giapponese che oggi è diventata una delle sue principali attività.

    Oggi gestisce il suo piccolo ristorante giapponese – izakaya – nella periferia di Roma – zona Infernetto – perennemente sold out. Aperto nel 2018 con suo marito Paolo.

    Tutti la chiamano Mika-chan ( Micaela), proprio come il nome del suo ristorante: http://www.mikachan.it

  • Filly di Somma

    Née en 1970 à Tokyo, elle est traductrice et poète. Elle a étudié le journalisme à l’université de Waseda au Japon. Après avoir obtenu son diplôme, elle a étudié à la Sorbonne à Paris. Elle publie ses livres en français et en japonais.

    La cuisine est un espace très important pour Ryoko Sekiguchi.

    On peut y placer beaucoup de choses et d’émotions telles que l’amour, le bonheur, la famille, la séparation, la maladie et même la mort. Pour Ryoko, il n’y a aucune séparation entre le monde de la cuisine et celui de la littérature. Elle se concentre elle-même sur des thèmes importants : la vie, l’amour et la mort.

    Ryoko Sekiguchi réfléchit notamment à un aspect très important.

    Lorsque quelqu’un meurt, c’est comme si une saison se terminait, c’est comme si un voyage se terminait et qu’il y avait une séparation. Mais il y a le nagori, un terme japonais si cher à Ryoko qu’elle lui a consacré une publication.

    Nagori pourrait se traduire par ce sentiment de nostalgie et de tristesse lorsque quelque chose se termine, comme une saison qui s’en va. Mais en réalité, ce même nagori nous fait entrer dans une nouvelle dimension, une nouvelle étape de la vie, une renaissance.

    « Nagori » est le titre du livre écrit par Ryoko Sekiguchi et publié chez Einaudi.

    Dans la vie de l’écrivaine et journaliste, il y a des lieux qui lui donnent ce sentiment de nagori, lié à la nostalgie de quelque chose qui passe. Il y a notamment deux villes qui lui sont chères – Rome et Beyrouth – qui incarnent pleinement le nagori.

    Ryoko Sekiguchi se concentre sur les saisons qui véhiculent des émotions, car la nature nous a toujours émus. La cuisine est considérée comme un reflet de la nature, ce qui explique qu’elle soit également empreinte d’émotion. Si nous réfléchissons bien, chaque ingrédient que nous utilisons en cuisine est l’expression d’une saison. Mais après tout, il n’y a pas de temps où nous ne connaissons qu’une saison, il y en a parfois au moins deux ou trois dans la même saison.

    Ryoko Sekiguchi attire également l’attention sur « l’opacité de la temporalité » qui est, après tout, liée au changement cyclique des saisons.

    L’univers de la cuisine est cher à cette journaliste écrivain de talent. Elle aime les légumes d’hiver qu’elle trouve souvent à Rome et qu’elle ne trouve pas en France où elle vit (Paris). En été, elle aime la pastèque, en automne les châtaignes, et puis le printemps avec les fleurs de cerisier, le sakura, qu’elle utilise aussi dans sa cuisine.

    Nagori. Nostalgie de la saison qui vient de nous quitter: Son livre

    Écrit par Ryoko Sekiguchi, il s’agit d’un merveilleux voyage dans le monde de la cuisine et des émotions.

    Du Japon à la France – avec une étape émotionnelle et culinaire importante à Rome – Nagori est un petit guide pour découvrir une vision toute japonaise de l’art et de la gastronomie.

    Que de significations recouvre ce mot japonais.

    Nagori indique la fin de la saisonnalité d’un fruit, d’un légume, d’un cadeau de la nature.

    Nagori, c’est aussi la nostalgie d’une saison qui s’achève et que l’on quitte à regret.

    Nagori annonce une absence future. Pour retrouver cette odeur, ce goût, cette émotion, il faudra attendre une année entière. Il ne reste plus qu’à en conserver le souvenir dans la mémoire des sens.

    Partant d’une réflexion fascinante sur notre lien avec les saisons et la nature, Ryoko Sekiguchi trace un chemin enchanteur à travers l’art, la littérature, la gastronomie et la splendeur millénaire de la sagesse et de la poésie japonaises.

    Nagori est une idée qui correspond à ce que l’on pourrait appeler une « rétro-saison ».

    Un fruit nagori est consommé à la fin de sa période de maturation, et peut donc être considéré comme un fruit de fin de saison.

    Pour retrouver sa saveur, il faut se résigner au cycle des saisons et attendre l’année suivante : le nagori, c’est donc la nostalgie de la saison qui s’achève et que l’on est obligé de laisser derrière soi.

    C’est l’atmosphère de quelque chose qui n’existe plus, comme celle d’une maison qui évoque le souvenir de ceux qui l’ont habitée.

    C’est ce qui reste après la disparition d’une personne, d’un objet, d’un événement.

    C’est le moment de l’adieu avant un départ, ou une séparation définitive.

    Du concept de nagori et des saisons, de la nature et du temps découle la réflexion de Ryoko Sekiguchi : Nous divisons, délimitons, classons, désirons ou négligeons continuellement les saisons.

  • Filly di Somma

    Classe 1970, nata a Tokyo, è una traduttrice e poetessa. Ha studiato giornalismo all’ Università di Waseda in Giappone. Dopo la laurea ha studiato alla Sorbona di Parigi. Pubblica i suoi libri sia in francese che giapponese.

    La cucina è un contenitore molto importante per Ryoko Sekiguchi.

    All’ interno di essa si possono inserire tante cose ed emozioni come l’amore, la felicità, la famiglia, la separazione, la malattia, e anche la morte. Per Ryoko non c’è affatto una separazione tra il mondo della cucina e quello della letteratura. Lei stessa punta l’attenzione su dei temi importanti: la vita, l’amore e la morte.

    In particolare Ryoko Sekiguchi riflette su un aspetto molto importante.

    Quando muore qualcuno, è come se finisse una stagione, è come se finisse anche un viaggio e c’è una separazione. Ma c’è il nagori, un termine giapponese molto caro a Ryoko, tanto da averne dedicato una pubblicazione.

    Nagori si potrebbe tradurre con quel sentimento di nostalgia e tristezza quando qualcosa finisce, come una stagione che va via. Ma in realtà proprio questo nagori ci porta verso una nuova dimensione, una nuova tappa della vita, una rinascita.

    “Nagori” è il titolo del libro scritto da Ryoko Sekiguchi pubblicato da Einaudi.

    Nella vita della scrittrice e giornalista ci sono dei posti che le trasmettono quel sentimento di nagori, legato alla nostalgia di un qualcosa che passa. Ci sono in particolare due città a lei molto care – Roma e Beirut – le quali incarnano in pieno il nagori.

    Ryoko Sekiguchi punta l’attenzione sulle stagioni che trasmettono emozioni, dato che la natura ci emoziona da sempre. La cucina viene vista come un riflesso della natura, ecco spiegato il motivo per cui anche essa è intrisa di emozioni. Se si riflette bene, ogni ingrediente che si usa quando cuciniamo è l’espressione di una stagione. Ma in fondo non c’è un momento in cui si vive solo una stagione, a volte nella stessa ce ne sono almeno due o tre.

    Ryoko Sekiguchi punta l’attenzione anche sulla “opacità della temporalità” che in fondo è legata alle stagioni che cambiano ciclicamente.

    Il mondo della cucina è caro a questa bravissima scrittrice giornalista. Adora le verdure invernali che spesso ritrova nella città di Roma e che invece in Francia dove vive (Parigi) non riesce a trovare. In estate ama l’anguria, in autunno le castagne, e poi la primavera con i fiori di ciliegio, sakura, che utilizza anche in cucina.

    “Nagori. La nostalgia della stagione che ci ha appena lasciato” – il suo libro

    Scritto da Ryoko Sekiguchi, è un viaggio meraviglioso nel mondo della cucina e delle emozioni.

    Dal Giappone alla Francia – con un’importante tappa emotiva e culinaria a Roma – Nagori è una piccola guida alla scoperta di una visione tutta giapponese dell’arte e della gastronomia.

    Quanti significati racchiude questa parola giapponese.

    Nagori indica la fine della stagionalità di un frutto, di un ortaggio, di un dono della natura.

    Nagori è anche nostalgia per una stagione giunta al termine e che ci lasciamo a malincuore alle spalle.

    Nagori annuncia una assenza futura. Per ritrovare quell’odore, quel sapore, quell’emozione bisognerà aspettare un intero anno. Non resta che conservarne il ricordo nella memoria dei sensi.

    Partendo da un’affascinante riflessione sul nostro legame con le stagioni e la natura, Ryoko Sekiguchi traccia un percorso incantevole attraverso l’arte, la letteratura, la gastronomia, e lo splendore millenario di saggezza e poesia del Giappone.

    Nagori è un’idea che corrisponde a quella che si potrebbe definire una «retro-stagione».

    Un frutto di nagori si consuma al termine del suo periodo di maturazione, e si può quindi considerare di fine stagione.

    Per ritrovarne il sapore, bisognerà rassegnarsi al ciclo delle stagioni e attendere l’anno successivo: nagori allora è la nostalgia della stagione giunta al termine che ci lascia, e che siamo costretti a lasciare.

    È l’atmosfera di qualcosa che non esiste più, come quella di una casa che evoca il ricordo di coloro che l’hanno abitata.

    È ciò che rimane dopo il passaggio di una persona, di un oggetto, di un avvenimento.

    È il momento del saluto prima di una partenza, o di una separazione definitiva.

    Dal concetto di nagori e dalle stagioni, natura e tempo prende vita la riflessione di Ryoko Sekiguchi: Le stagioni le suddividiamo, delimitiamo, classifichiamo, desideriamo o trascuriamo continuamente.

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    Foto copertina: https://www.facebook.com/ryoko.sekiguchi.7

  • Filly di Somma

    La primavera 2025 non è poi così tanto lontana. Il primo Orient Express Hotel al mondo apre le sue eleganti porte in uno dei luoghi più affascinanti della città di Roma.

    Siamo a pochi passi dal Pantheon, nella suggestiva ed elegante Piazza della Minerva.

    Questo è sicuramente un albergo cinque stelle lusso che fa già sognare tutti coloro i quali sono in trepida attesa che quelle porte si aprano al mondo.

    Lo storico palazzo è stato acquisito nel 2021 da Arsenale Spa, società molto attiva e specializzata nella ospitalità di lusso.

    L’albergo sorge tra le eleganti mura di Palazzo Fonseca, costruito nel 1620 come una residenza di una nobile famiglia portoghese e poi nel 1811 fu trasformato in albergo.

    Foto crediti: https://laminerva.orient-express.com/en/hotel/europe/italy/rome/la-minerva

    Di anni e avvenimenti storici ne sono trascorsi tanti da allora e oggi – dopo un attento restauro curato dall’ architetto Hugo Toro – l’albergo riaccende il sogno, ma con una veste diversa.

    Ben 93 camere e suite di grande lusso la cui vista si affaccia su quella eternità che solo Roma sa regalare: Il Pantheon e Piazza della Minerva con la sua chiesa e quell’obelisco che spicca, posizionato sulla groppa di un elefante marmoreo, scolpito da Ercole Ferrata su disegno di Gian Lorenzo Bernini nel 1667.

    L’Orient Express La Minerva al suo interno regala angoli da sogno, come la Lobby Lounge, oppure al settimo piano il bar e ristorante Voliera con affaccio sull’eternità. Lo storico lucernario del palazzo rimane una costante così come la statua della Dea Minerva. Non mancano una pasticceria raffinata e una enoteca. Spazio anche ai meeting ed eventi.

    Il vero fiore all’occhiello dell’Orient Express la Minerva sarà la Spa ispirata agli antichi rituali ottomani.

    Foto crediti: https://laminerva.orient-express.com/en/hotel/europe/italy/rome/la-minerva

    In questa nuova perla dell’ospitalità romana ci sarà un perfetto matrimonio tra la tradizione e la modernità.

    Questo è sicuramente un periodo di grande Rinascimento per Roma e L’Orient Express La Minerva sorge in un contesto appropriato che celebra questa rinascita tanto attesa, tra le mura di un Palazzo che profuma di storia.

    Da non dimenticare che il marchio Orient Express è il simbolo indiscusso dell’arte del viaggio dal 1883 con quei treni storici che hanno fatto sognare chiunque e continuano ad incantare, seppur destinati a pochi eletti.

    L’Orient Express La Minerva sarà un punto di arrivo per i viaggiatori in città ma anche un luogo di incontro – circondati dalla bellezza e dall’eleganza – per i romani.

    Qui la storia e la cultura si intrecciano in un connubio meraviglioso.

    Tra i treni, gli yacht a vela e gli alberghi la firma Orient Express accende la magia.

    Tutti pronti a sognare nella primavera romana del 2025!

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    Foto copertina crediti: https://laminerva.orient-express.com/en/hotel/europe/italy/rome/la-minerva

  • Filly di Somma

    La tanto attesa data è oramai alle porte. Dopo il drammatico incendio dell’aprile 2019, la cattedrale riapre le sue porte ai parigini e al mondo.

    Una messa ufficiale e poi diversi mesi di festeggiamenti.

    Comincerà così la nuova vita della cattedrale più famosa della Francia.

    Tra pochi giorni la Nostra Signora di Parigi riaprirà le sue porte a chiunque sia in trepida attesa di ritornare tra quella sacre mura.

    copyright IG @notredamedeparis

    Lo scorso 15 novembre c’è stato l’ingresso della statua Vergine con il Bambino la quale era stata spostata, durante i lavori di restauro post incendio, in un’altra chiesa.

    Questo evento è stato un primo passo al battesimo ufficiale che si terrà i primi di dicembre 2024.

    Il grande e significativo restauro di Notre-Dame ha riguardato la chiesa, il tetto, la guglia.

    Nel fine settimana del 7 dicembre, a ridosso dell’ Immacolata, comincerà la cerimonia ufficiale per l’inaugurazione della cattedrale rinata dopo che le fiamme ne avevano distrutto una buona parte.

    Si comincerà con una messa pubblica prevista per l’8 dicembre. I festeggiamenti si protrarranno fino all’estate del 2025.

    Le campane di Notre-Dame hanno risuonato già in questi giorni, come una grande eco su tutta la città di Parigi, per annunciare la fine dei lavori e la sua rinascita dopo ben 5 anni.

    Si pensa ad un biglietto d’ingresso di 5 euro per accogliere tutti i visitatori del mondo in trepida attesa, in modo da contingentare il flusso e preservare la bellezza della cattedrale.

    Vetrate meravigliose dai mille colori, pavimenti in marmo, nuovi arredi in bronzo, un reliquiario con le reliquie dei santi. Tutto è tornato al suo splendore con qualche novità che si noterà solo una volta varcata quella soglia.

    Il restauro ha rispettato fedelmente il progetto dell’architetto Eugène Viollet-le-Duc il quale si occupò del restauro della cattedrale medievale nell’ Ottocento.

    Notre-Dame de Paris fu voluta dal re Luigi IX e dal vescovo De Sully e fu fondata nel lontano 1163.

    Una cattedrale gotica con i suoi gargoyle, quelle figure fantastiche e mostruose arroccate in alto come se guardassero la città di Parigi in basso, e poi quelle grandi vetrate colorate.

    Una splendida navata e gli archi.

    Tutto sarà un incanto.

    Chi visiterà la nuova Notre-Dame potrà prenotare gratuitamente scegliendo diverse fasce orarie proprio per limitare quella enorme affluenza di visitatori.

    I primi sei mesi – da dicembre 2024 fino a giungo 2025 – potranno visitare la cattedrale solo i turisti e i singoli fedeli. Poi da giugno 2025 riprenderanno le visite dei gruppi e anche quelle guidate. Tre i percorsi: biblico, educativo e simbolico.

    La Nostra Signora di Parigi riapre al mondo e noi non vediamo l’ora di entrarci!

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    Foto copertina: copyright IG @notredamedeparis

  • Filly di Somma

    Ogni anno, il terzo giovedì del mese di novembre, si inaugura la stagione di un vino molto amato in Francia. Il 21 novembre 2024 il Beaujolais Nouveau ritorna nei bar e nei ristoranti della Francia e ovviamente Parigi, non manca mai all’appello.

    Questo è l’unico vino francese ad avere una festa annuale per celebrarlo in tutta la Francia. Tutti a caccia del vino da sorseggiare e abbinare alle succulente pietanze francesi. Un vino privo di tannini, semplice e fruttato.

    IG @beaujolais_wines
    Il prezzo è decisamente economico e conveniente, alla portata di tutti. Ecco spiegato il motivo per cui non appena scatta il terzo giovedì del mese di novembre, ogni anno è caccia al Beaujolais Nouveau. Viene consumato rapidamente dopo la vendemmia, senza attendere troppo, non è un vino pregiato.

    L’aroma è molto particolare che sia frutta rossa o a volte anche banana, il suo è un colore rosso brillante. Un vino che non deve essere bevuto invecchiato per apprezzarne l’aroma – come accade di solito per i vini pregiati – ma può essere gustato fresco e imbottigliato da pochi mesi.

    Il vino oramai non è più solo circoscritto alla bellissima Francia, ha varcato i confini. Addirittura in Asia e Stati Uniti, sono le mete preferite in cui “viaggia”. Addirittura i giapponesi – in notevole anticipo rispetto ai francesi per una questione di lancette in avanti, causa fuso orario – sono i primi a stappare una buona bottiglia di questo Beaujolais Nouveau.

    E allora che abbia inizio la stagione!

    Il 21 novembre non è poi così lontano….

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    Foto copertina: IG@beaujolais_wines

  • Filly di Somma

    BookTok è diventato un termine oramai inserito anche all’interno della Treccani, la prestigiosa enciclopedia di lingua italiana.

    Il termine oramai è considerato un neologismo del 2023 ed è diventato virale, usato dagli amanti dei libri e della lettura.

    Non si tratta solo di condividere banalmente sui social i libri che in quel momento sono in vendita, Booktok è un vero e proprio fenomeno che sta letteralmente condizionando non solo il mondo dell’editoria ma anche i lettori e il mercato.

    Il tutto inizia nel 2021 quando una giovane studentessa di Chicago, pubblica su TikTok, un social molto amato dai giovanissimi, un video della durata di soli 7 secondi raccontando di un libro che aveva letto e che l’aveva emozionata particolarmente.

    Il video verrà visualizzato da tantissimi utenti e il libro schizza nelle vendite.

    Da qui comincia il fenomeno, di “raccontare” su TikTok i libri letti e coinvolgere, soprattutto con le emozioni, chi ascolta, inducendolo ad acquistare quel libro.

    Con l’Hashtag #booktok, che spopola ovunque, si apre un mondo dei libri davvero unico e affascinante. I booktoker stanno diventando sempre più decisivi nella scelta di un libro da acquistare. Sono ragazzi tra i 16 e i 25 anni i quali dopo aver letto un libro, creano una specie di book club su TikTok per consigliare le nuove uscite, organizzando anche delle letture di gruppo virtuali coinvolgendo sempre più utenti.

    Ovviamente essendo la piattaforma molto giovane e frequentata in particolare da quella fascia di età sempre attenta alle nuove tendenze il genere fantasy oppure romance spopola maggiormente.

    Non si parla solo di nuovi libri ma anche di quelli classici e riscritti.

    Vengono rispolverati titoli come Via col vento oppure Orgoglio e Pregiudizio. Storie che continuano a essere un successo in libreria.

    Un difetto di questo fenomeno di Booktok?

    Non si conosce l’indice di lettura, ossia se i libri vengano poi letti, dopo l’acquisto degli utenti convinti dal booktoker.

    Nonostante tutto anche le case editrici si stanno oramai adattando al fenomeno social. La lettura arriva alle nuove generazioni grazie alla tecnologia, a portata di click.

    Che siano le nuove letture oppure i grandi classici del passato, Booktok è la nuova tendenza per vendere un libro e sta piacendo sempre di più a scrittori e lettori.

  • Filly di Somma

    Il primo libro di Mauro Pepe, ci riporta a quei meravigliosi anni 80 e alle emozioni che animavano i giovani di un’epoca in cui il linguaggio erano “la musica” e la “libertà”.

    Lo cantava anche Cesare Cremonini nella sua canzone 50 Special:

    (..)Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi…(..)

    L’autore, il suo amico e una vespa 50 Special, di colore bianco – soprannominata La Portentosa – sono i protagonisti di questo libro autobiografico basato su una storia realmente vissuta.

    I paesaggi scorrono come un dolce sottofondo, alla conquista di quel sogno che oramai non è più tale, ma chilometro su chilometro, sta diventando realtà.

    Mauro e Alfonso, sono due ragazzi con tanta voglia di divertirsi e sfidare la vita. Eh sì perché la sfida è quella di partire – a bordo della vespa – dalla provincia campana, in cui i due giovani abitano, per raggiungere Roma.

    Tutto comincia con un pieno di benzina in un mattino di fine estate, nel mese di settembre, con la sua tipica freschezza, quando il mare e la spiaggia sono oramai un lontano ricordo.

    Quella sfida resta la chiave del viaggio, contro tutti, soprattutto i genitori, a cui i due ragazzi non dissero del loro “progetto” su due ruote, ma su rotaie.

     “(..)Portaci a Roma, tu puoi(..)”

    Un mangianastri della Grunding ci ricorda che siamo negli anni 80. Questo iconico oggetto “monta” a bordo della vespa e si avventura insieme ai ragazzi per il raggiungimento della meta agognata.

    La musica, resta la “colonna sonora” di questo libro, dall’inizio alla fine.

    Quel paesaggio – dal punto di partenza fino a destinazione – è un nostalgico e meticoloso susseguirsi di descrizioni, interrotto dai ricordi. Sembra che il lettore sia su quella vespa, insieme ai due amici – felici ed entusiasti – osservi quello che scorre e si chieda tutto il tempo: ma cosa succederà dopo?

    “(…) Quindici anni, il vento nei capelli, che allora i caschi non si mettevano, La Portentosa con il suo lento incedere e il nostro mangianastri, adesso a tutto volume, che, tra le varie cassette che avevamo, si ritrovava sempre a far girare: “…quell’autostrada è un muro pieno di felicità…”
    Era il grande successo musicale di quell’anno”

    IN BILICO TRA I RICORDI

    L’autore alterna al viaggio in vespa momenti della sua infanzia, i quali riaccendono delle emozioni a distanza di tempo e lo immergono in una dimensione nostalgica di un passato che non tornerà più ma che rimane dentro al cuore.

    Quelle giornate al mare di un’estate oramai terminata, sono scandite dal rintocco dei ricordi, quasi come se fossero lancette.

    Esperienze vissute in luoghi cari come Castellammare di Stabia, Sorrento, Capri, Penisola Sorrentina. Senza dimenticare Gragnano e la Valle dei Mulini.

    L’autore descrive con dovizia i suoi ricordida bambino e adolescente tra le sagome di paesaggi campani bellissimi in cui c’è anche Ischia, Vivara, Procida, Capo Miseno, Posillipo e un baretto di Alimuri.

    Con quei motorini sempre presenti all’appello.

    Quella degli anni 80 era una generazione su due ruote e senza casco, in nome della libertà, la stessa che si respira nel libro.

    In Era l’anno di nero a metà non mancano gli amori giovanili, quelli che fanno sussultare anche al solo sfiorare i capelli. E intanto, dopo quelle parentesi di vita in cui l’autore ci guida nelle sue esperienze giovanili e nostalgiche, il viaggio su La Portentosa continua, scandito da chilometri e paesaggi cangianti.

    “(..) Il viaggio scorreva lento così come la velocità che tenevamo, mai più di 35-40 km/h. Avevamo, infatti, timore di sforzare La Portentosa, che aveva quasi 300 km da macinare in quella giornata e due borse da viaggio sul portapacchi. Una velocità maggiore sarebbe tornata utile, visto il tragitto da percorrere, ma preferivamo non rischiare(..)”

    Era una meravigliosa sensazione, tutta nuova nella loro vita.

    Quel vagare liberi stava facendo scoprire loro nuove emozioni, inebriandoli.

    Erano, finalmente, giunti gli agognati momenti in cui il viaggio regalava loro le sensazioni che avevano sognato, quelle di cui erano andati alla ricerca fin dal momento che l’idea di partire in vespa verso Roma, aveva iniziato a farsi strada in loro.

    (…) Eravamo consapevoli del fatto che, a ogni chilometro percorso, potevamo imbatterci in un imprevisto, un guaio meccanico, un fattore esterno non dipendente dalle nostre volontà o anche una qualsiasi cosa, dovuta alla nostra inesperienza, alla nostra giovane età, che avrebbe potuto procurare grosse complicazioni.

    Forse solo ora che quelle sensazioni, descrivendole, un po’ le rivivo, mi appare chiaro che proprio il “brivido” era l’essenza del nostro viaggio. Non ci fosse stato quel fremito ad accompagnare altre sensazioni, quelle più immediatamente gratificanti, nemmeno saremmo partiti. Oppure saremmo andati col treno! Era, invece, la “sfida”, quella che avevamo voluto. Era per lei che eravamo lì, per la voglia di confrontarci con il mondo, quello vero, quello dei “grandi” e la nostra prova dovevamo averla da pari a pari!

    Rimanevamo sempre in bilico tra appagamento e sgomento; le due sensazioni, pur alternandosi nel prevalere, ora l’una ora l’altra, chiudevano sempre in pareggio. Viaggiavamo costante- mente sul filo dell’esile lama di un’esaltazione che, a ogni momento, rischiava di tramutarsi in turbamento, in angoscia (..)

    IL BOOMER RACCONTA, LA MUSICA “SUONA”.

    “Boomers”, si chiamano così.

    Sono i nati agli inizi degli anni Sessanta e la metà del decennio successivo.

    Sembra sia stata la generazione più felice di sempre, appena sfiorata dai retaggi post-sessantottini della politica come missione di vita e dagli incubi degli anni di piombo e guerra fredda.

    I Boomers hanno vissuto quell’edonismo degli anni 80, quello fatto di comunicazione occhi negli occhi.

    Ma cosa ne sanno i giovani di adesso?

    La generazione Z.

    Loro figli dei social e della tecnologia, schiavi di una “storia tecnologica e ritoccata da filtri artificiali”.

    La Portentosa, intanto, avanza.

    Senza timori reverenziali!

    Il lettore rimane sempre concentrato sulla meta, sospeso tra i ricordi dell’autore, in una perenne attesa del “dopo”.

    (..) Eravamo arrivati! E ci abbracciammo, quasi commossi, ma sorridenti e super eccitati, straniti, come novelli “Alice” dentro la favola(..)

    Finalmente la magnificenza e maestosità della città di Roma si presenta agli occhi di questi due ragazzi, mentre la loro vespa 50 “ruggiva” in nome della felicità! Aveva raggiunto il traguardo!

    Una giornata memorabile, tra le più incredibili della loro vita, stava per chiudersi, ma era solo l’inizio di una breve vacanza, della tarda estate del 1980, che, sicuramente entrambi, porteranno per sempre nel cuore come la più indimenticabile.

    La descrizione della Città Eterna si alterna tra Trinità dei Monti, il Lungotevere, Torre Argentina e una bella partita di pallone al Villaggio Olimpico. E non mancano quelle passeggiate romantiche tra il Pincio e Villa Borghese. Momenti scanditi tra i primi baci, minigonne e camperos, che ci ricordano sempre di essere nei ruggenti anni 80.

    La musica, quel “fil rouge” del libro, continua a fare capolino, per ricordarci di come quelle note abbiano scandito la vita di una generazione felice.

    Il concerto di Pino Daniele a Roma, è un evento tanto atteso soprattutto dai giovani di quegli anni.

    Il cantante inseriva termini del linguaggio dei ragazzi che, infatti, in qualche caso, non sembravano nemmeno accordarsi con una piena coerenza al testo, ma facevano il loro effetto.

    Al di là della follia di “ io so pazz”, le sue canzoni, seppur non con la stessa pronuncia, potevano cantarle tutti, dal profondo nord in giù.

    La scelta del titolo del libro di Mauro Pepe non è casuale.

    Nero a Metà di Pino Daniele è uno degli album più iconici dell’autore campano nel 1980.

    La musica resta fedele in questo libro anche quando si parla del Much More e non manca l’accenno anche a Discoring, trasmissione musicale popolarissima tra i giovani di quegli anni.

    Si torna a casa, ma il viaggio ha profondamente cambiato i due amici e forse ha cambiato anche noi lettori.

    (..) Arrivammo all’imbrunire di una di quelle giornate di settembre, che ti danno la percezione, più che in altri periodi, di quanto le giornate si siano accorciate, quanto sia l’estate realmente alla fine. Sensazione, anche quella, che non aiutava, certo, il nostro umore, sempre più cupo quanto più ci avvicinavamo al rientro nelle mura domestiche. Ed era da un po’, ormai, che non proferivamo parola(..)

    Nella lettura del libro riflettiamo con l’autore e il suo pensiero:

    Succede, a volte, che si imprimano dentro di noi sensazioni in momenti in cui, quasi, vogliamo scacciarle, perché le priorità ci sembrano altre.

    E, invece, restano lì, nascoste da qualche parte nell’anima, per riaffiorare più tardi, all’improvviso.

    Magari, anche tanto tempo dopo.

    Però le riscopriamo prima o poi, perché, nei momenti in cui erano venute, sebbene sotto mentite spoglie, erano sincere, autentiche. Quando finalmente tornano, poi, non manca il rimpianto di non averle riconosciute e godute al loro apparire.

    Che siate Boomer oppure Generazione Z, leggere questo libro è pura emozione.

    I Boomer torneranno indietro, a quegli anni nostalgici e felici, rimpiangendoli.

    La Generazione Z comprenderà quanto un viaggio in vespa in nome del sogno e della libertà, rendesse davvero felici, molto felici, più di quei 1000 like digitali.

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    Titolo: ERA L’ANNO DI NERO A METÁ

    Editore: DELTA3EDIZIONI

    NOTE SULL’AUTORE:
    Mauro Pepe nasce a Piano di Sorrento nel 1964. Si diploma presso il Liceo Classico Plinio Seniore di Castellammare di Stabia. Nel 1991 si laurea in Medicina e Chirurgia presso L’università di Napoli, dove, si specializza in Radiodiagnostica. Nel 1999 è assunto come Dirigente Medico all’ospedale di Nocera Inferiore, dove tuttora esercita la professione.Sposato con Patrizia dal 1998, ha due gli: Alberto nel 2001 e Marianna nel 2007.

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    Filly di Somma