L’artista contemporaneo che “ racconta” i mille volti dell’espressione umana
intervista di Filly di Somma
- Ci racconti come è diventato artista e cosa lo ha portato ad intraprendere questo bellissimo lavoro?
Sono nato nella ex -Yugoslavia, in Bosnia e Hercegovina, per esattezza.
Mia nonna era una tessitrice bosniaca e un artista di arazzi di grandissimo
livello, con diverse mostre in diversi musei nazionali importanti. Il lavoro di
Sadika Berber fa parte di diversi Musei Nazionali della regione. Oltre a
questo, mia nonna ha avuto tre figli maschi, tutti e tre si sono occupati di
pittura, arte, architettura poesia e filosofia. Mio padre, Omer Berber,
architetto e pittore e mio zio Mersad Berber pittore accademico è uno dei
artisti più famosi dell’ex-Yugoslavia. La pittura, e nella sua essenza la
poesia, scorre nelle vene della mia famiglia da più di 70 anni, si insomma,
da tre generazioni. Quando da piccolo il tuo spazi preferito per giocare è
uno studio di pittura, l’odore della trementina ti entra direttamente
nell’anima e inizia a modificare il DNA. Sono cresciuto in un ambiente dove
pittori e scultore, amici di mio padre, venivano a trovarci quotidianamente
a casa. Frequentavo mostre e inaugurazioni in giovanissima età, prima
che queste diventassero mainstream delle città turistiche europee e non.
Mi fu sempre raccontata l’arte, e la pittura nello specifico, come una
filosofia di vita, come una delle più belle e misteriose essenze della vita.
Capì già da piccolo che la pittura sarebbe stata un vascello meraviglioso
con cui attraversare questo tempo donatomi sulla terra. Una lente
attraverso cui studiare e cercare di capire la vita che mi si presentava
davanti. Quel odore divino di trementina rimane sempre con te e attiva
parti del cervello che hanno a che fare con l’Estasi e il Nirvana.
- Se dovesse descrivere la sua arte ai lettori ci spiega in cosa consiste?
Come accennavo prima, l’Arte per me è la poesia della vita e ciò che io
capisco del mondo, a volte mi serve anche a piegare la cruda realtà in cui
viviamo, l’attrezzo che serve alla mia mente curiosa per scrutare
nell’anima delle persone e nelle antiche verità del mondo!
Per esempio, è difficile spiegare cosa si provare a fare il ritratto a propria
madre o a proprio padre, farli stare fermi davanti a te, studiare i lineamenti
dei loro volti, che conosci da sempre. Non si tratta di analitica
rappresentazione di numeri e misure, proporzioni… nel denso silenzio che
si crea tra il pittore e il modello, spuntano a galla, direttamente dall’anima,
dense bolle emotive. Loro, immobili nel silenzio del corpo, mettono a nudo la propria anima che con piccoli gesti, gridano a squarcia gola… questo è ciò di cui io mi occupo, osservazioni di spiritualità, oggi cosi poco in voga e anzi alla mercé del nostro tempo tecnologico.
- Tarik, lei è bosniaco, quanto sono importanti le sue origini nella sua arte?
Come accennavo prima, sono fondamentali, l’Arte bosniaca è stata in
qualche maniera influenzata dal lavoro della mia famiglia. La mia
famiglia ha formato una parte dell’Arte di una nazione e io sono
cresciuto dentro questi stessi atelier, queste fucine del pensiero.
Da quando sono nato mi hanno portato alle mostre e inaugurazioni e
correvo da piccolo in mezzo ai quadri che hanno fatto la storia…
qualche anno fa andai alla più grande retrospettiva di mio zio, Mersad
Berber, a Zagabria (Museo Nazionale Klovićevi Dvori) ed era come
immergersi negli anni della mia infanzia spensierata, prima della guerra.
Sui muri erano esposti ritratti di mia madre e di mio padre, dei cugini e di
tutta la famiglia. Lavoro di una vita, l’eredità di un uomo appeso sui muri
per ricordare alla nazione che il Tempus fugit. Ma questo è solo una parte della storia, quando mio padre tornava dai viaggi di lavoro, lui si chiudeva nel suo studio e io già da piccolissimo
ero sempre accanto a lui mentre dipingeva. Se lui era a dipingere io ero
in piedi accanto a lui a osservare ogni pennellata, ogni colore spremuto
sulla tavolozza e ogni sfumatura. Cosa significa l’evoluzione del quadro
e i suoi tempi e ritmi che lo portano all compimento. Come respira il
quadro e le infinite maniere di come lui comunica con noi, cosa il quadro
vuole da noi e in che direzione vuole essere portato… queste cose nn si
possono imparare , queste cose si possono solo osservare e percepire.
Come osservare il fiume scorrere nell’ interezza del suo percorso e non
in un unico punto quello della nostra visuale, ma costantemente avere
sotto gli occhi tutta la storia e agire con queste conoscenze.
- Ritornando alle sue origini bosniache, lei è arrivato in Italia con la sua famiglia a causa della guerra. Ci racconta questo momento importante della sua infanzia e quanto ha inciso nella sua vita?
Sono arrivato con la famiglia in Italia, Bolzano, per esattezza nell’ Alto
Adige, nel cuore delle Dolomiti quando avevo 11 anni nel ’92. In Italia ho
fatto le scuole medie e poi il Liceo Scientifico Torricelli. Finito questo mi
sono iscritto all’Accademia Delle Belle Arti a Firenze. Già al terzo anno
dell’accademia ho iniziato a lavorare con una delle più importanti gallerie
italiane “Galleria Poggiali”. Durante quel periodo, dell’ inizio della mia carriera di pittore, spesso mi hanno fatto domande morbose di questo tipo e spesso non volevo rispondere. Mi avevano anche invitato alla RAI per un intervista televisiva, ma rifiutai apertamente, perché non volevo essere il pittore bosniaco, il profugo che dipinge , ma volevo essere preso per quello che veramente sono: un cazzo di pittore che ha delle cose da dire e che si è preparato tutta la vita a salire su questo palco, per quello che ha da dire e non per questioni di geopolitica mondiale e la curiosità morbosa del italiano medio… al epoca mi ero creato una storia che dicesse delle cose, ma che in fondo non racontavano niente. Forse è il momento. Quando le cose iniziarono a complicarsi e iniziava la vera e propria
guerra, lo scontro militare, prima in Slovenia e poi in Croatia e in fine in
Bosnia, a Sarajevo tutti i serbi confluirono nella mia città, la palestra
della mia scuola elementare era diventata un centro per i profughi. Mi
ricordo ancora benissimo tutte le tendopoli che si crearono nel luogo
dove noi imparavamo le regole di calcio, della palla avvelenata, oppure
salivamo la fune. Non sapevo allora che quelle persone erano li perché noi non potevamo
più esserlo, quei serbi lasciavano la Croatia e noi bosniaci musulmani
dovevamo andarcene via da li, per fare spazio a loro con le buone o con
le cattive, prevalse la seconda. Accennavo prima che mio padre era un
architetto internazionale ed era molto bravo nel suo lavoro… aveva già
avuto delle offerte di lavoro durante la sua carriera, ma non si era mai
deciso a portare la famiglia lontano dalla città natia.
Immagino che i miei genitori hanno avuto una difficile conversazione
una di quelle sere. Il giorno dopo mio padre chiamò il suo amico Josef
Peppi Selva a Bolzano e disse che accettava la sua offerta e quel grand
uomo di Peppi (sempre gli sia lieve la terra!) ci accolse a braccia aperte
e salvo la mia famiglia. Il primo piano era di uscire con l’aereo e
avevamo i biglietti per il volo (che in seguito non sarebbe mai partito).
Tre giorni prima, mia madre non riuscendo a dormire si accosto alla
finestra della sua stanza e vide un soldato serbo ubriaco marcio di notte
attraversare il giardino di casa nostra! Immagino si sentisse impotente di
fronte alla situazione che le si presentò davanti e la mattina dopo ,al mio
risveglio, grossa parte delle valige erano già tutte pronte. Mi venne detto
di preparare la mia piccola valigia mentre mia madre cuciva nel bavero
della giacca mia e di mia sorella i soldi (dei dollari americani) e numeri di
telefono delle persone a me sconosciute. Solo anni dopo guardando il
film Schindler’s List mi accorsi che le SS controllavano i baveri delle
giacche, ero piccolo, ero alle medie, ma ero sicuro che nessuno dei miei
compagni di classe italiani capisse perché lo facessero. Quella mattina
siamo andati alla stazione degli autobus, che era stranamente piena di
gente e comprammo i biglietti per quella stessa mattina. Attraversammo
tutta la Bosnia, sulla via c’erano tantissimi blocchi stradali e controlli da parte dei soldati serbi, passammo sani e salvi, ma soltanto perché non era ancora partito l’ordine di separare donne e uccidere gli uomini, mia sorella all’epoca aveva 16 anni e se fossimo partiti qualche giorno più
tardi sono sicuro che non starei qui a racontare la mia storia e chi sa
cosa sarebbe successo alle donne, non ci voglio nemmeno pensare …
quei maledetti bastardi schifosi! Quel giorno vidi la paura negli occhi di
mio padre e di mia madre, ma vidi più di ogni altra cosa la forza e
decisione dei genitori che vogliono portare in salvo i figli! All’epoca mio
padre aveva 43 anni, la mia età oggi, me lo ha ricordato mia madre
questa estate. Le nostre vite erano appese ad un ora a una data, ad un
ordine militare che sarebbe partito qualche giorno più tardi. Fu il viaggio! Fu la fuga! Fu la salvezza!
- Lei viene definito come “l’artista che narra i mille volti dell’espressione umana”. Che cosa significa? Lei ha affiancato, con le sue opere, il lavoro di un noto rapper italiano, tramite dei disegni in movimento. Come è avvenuta questa unione di arte e musica e cosa ha realizzato?
Questa frase l’ha coniata la giornalista quando mi fece l’intervista per
Rolling Stone l’anno scorso… Intanto vorrei mettere le mani avanti e dire
che si posso vedere i miei quadri come ritratti, ma non nella concezione
fredda inglese e anglosassone, che utilizzano questo tipo di ramo della
pittura come una glorificazione dell’essere fisico… questo è molto
lontano da me e dalla mia pittura. Quando dipingo volti, ritratti, non si
tratta dei volti e di espressioni umane, ma parlo dei paesaggi dell’anima.
Utilizzo i volti delle persone che ho attorno, degli amici a me cari e
anime gentili che mi sono vicine. Ho sempre seguito la mia curiosità per
cogliere le mille sfumature dell’ anima dei ragazzi e ragazze che mi
stanno attorno. Ogni persona ha sfumature oscure spesso misteriose
nel significato pure a loro stessi, la curiosità del microcosmo ci fa
comprendere e non temere il macrocosmo. L’intervista fu fatta per il
lancio del video “Dubbi”. Un animazione disegnata a mano e composta
da quasi 3000 disegni, per Marracash, il Re del Hip Hop italiano. Un
grandissimo artista e performer, la si può trovare on line su YouTube e
per adesso ha già qualcosa come 1.350.000 visualizzazioni on line. A
volte penso: chi sa quante mostre bisognerebbe fare per mostrare il
proprio lavoro a tante persone? Gli sarò sempre grato per questa
esperienza e alla Universal Music per avermi pagato profumatamente
per un lavoro che probabilmente avrei fatto pure gratis. La giornalista del
Rolling Stone mi fece l’intervista in occasione del lancio del video e
immagino non volesse parlare del mio lavoro precedente e quindi lo
semplifico con questa farse … dovrei chiederglielo uno di questi giorni,
già!
- Le sue opere hanno un tratto che sa di antico, un colore rosso che richiama il sangue, e soprattutto dei volti che hanno degli sguardi molto profondi e intensi. Perché di queste scelte, cosa vuole comunicare ?
La necessità dell’abbondante utilizzo del Rosso Cadmio mi si presento a
Londra nel 2015/2016 . Si vede che ne avevo bisogno, una grossa parte di
me ne richiedeva l’utilizzo sopratutto per il tema che stavo rielaborando in
quei anni. Si tratta della mia serie “Toxic Cadmium”.
Partiamo dal pigmento. Rosso Cadmio medio è un colore tossico a base di
piombo e credo che il suo utilizzo sia proibito in Europa per questioni di
inquinamento della falda acquifera. È un rosso chimico e sopratutto
tossico, ma pur sempre un rosso che risuona a livelli più profondi
dell’anima. Non so se ha presente alcuni quadri del pittore americano
Rothko, che utilizza questo splendido mistero, gioca con questa vibrazione
dell’anima. Il rosso che ricorda a tutti l’Amore con l’ ”A” maiuscola, ma
anche il colore del sangue che ci scorre a tutti nelle vene. Un Rosso che
ha a che fare con qualcosa che è dentro a noi, questo è indubbio. La serie
Toxic Cadmium, su quale stavo lavorando, parlava di relazione d’amore un
poco tossiche che si creano tra le persone. All’epoca il caso di Meredith
Kercher e Amanda Knox era su tutti i giornali, e la mia ricerca in questo
ambito mi ha portato a cercare di capire il momento, l’attimo in cui le cose
dell’amore vanno a finire male… l’attimo in cui la cecità amorosa ci porta a
scontraci con la follia della realtà. Sfuggevoli attimi dove il cuore ci fa
prendere la strada sbagliata e cambia la nostra vita per sempre. Trovai un
alleato in questo pigmento, cosi particolare e vibrante, per raccontare
queste storie, per approfondire queste idee.
- Lei è un’artista internazionale, espone ovunque nel mondo. Quale è il paese e la cultura che ha avuto modo di conoscere meglio e che ama maggiormente e per quale motivo?
L’Italia in generale, ma Firenze in particolare sarebbe la risposta a
questa domanda. Marguerite Yourcenar nel suo libro, a me tanto caro,
Memorie di Adriano, dice che esiste un luogo natio, il posto dove siamo
nati fisicamente e poi esiste un luogo dove abbiamo preso
consapevolezza di noi stessi: “Il vero luogo natio è quello dove per la
prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi”.
Beh, certamente, per me è stata la splendida città di Firenze, il luogo
dove ho trascorso più anni di qualsiasi altra città nel mio percorso di vita,
quasi 15. I primi mesi che ho vissuto a Firenze era come stare in un sogno. Avevo studiato la storia d’arte ed ero consapevole dove mi trovassi. Ero un pittore, ero giovane, ero bello e raccontavo aneddoti
con nervosa intelligenza. Giravo per la città con una bottiglia di vino mi
rosso, un Chianti di solito, mi fermavo agli angoli delle strade per
respirare e cogliere qualcosa di questa megalopoli medievale che aveva
perso un poco di smalto negli anni, come una troia dopo un orgia, ma
era ancora magnifica! Diciamo che si trattava del mio primo periodo
bohème. Immaginavo l’infinito numero di persone che hanno
attraversato per millenni le strade di quella stessa città, da Cimabue a
Giotto , Masaccio Masolino, Leonardo, Michelangelo, Pontormo e ora
pure io avevo il privilegio di camminare sui stessi marciapiedi, un
giovane bosniaco che fa il primo passo nella realizzazione del proprio
sogno. Sopratutto mi affascinavano le botteghe degli artisti del Rinascimento,
ma in generale le botteghe degli artigiani che una volta numerose
brulicavano di lavoro e mi promisi di aprirne una mia il prima possibile.
Cosi fu!
- A proposito di musica ed arte, se stesse realizzando una sua opera, quale sarebbe una colonna sonora che sceglierebbe e per quale ragione?
Nei vari anni che frequentai l’Accademia delle Belle Arti a Firenze , nella
classe del professor Adriano Bimbi, si ascoltava sempre musica in
sottofondo… non tutta la musica, soltanto musica classica era
permessa. La musica classica è in diretta comunicazione con la pittura,
con la stesura del colore e varie sfumature di questi ultimi. La
vibrazione, tenere la nota, il ritmo e la persuasione del suono che agisce
direttamente su di noi. Sono tutte cose che parlano lo stesso linguaggio
della pittura. Molti dei miei titoli di quadri di quel periodo, che erano dei
paesaggi notturni, si intitolavano: “Notturno, allegro ma non troppo”,
“Notturno allegro con brio”, “ Notturno Pizzicato” etc. Jean-Michel Basquiat utilizzava il Jazz mentre dipingeva e quella frammentazione in levare si può sentire benissimo nella sua pittura a me
tanto cara. La ritmicità della sua pittura di certo veniva da questa musica
che gli ha fatto liberare il colore e mescolare la linea con le campiture di
colori intensi e imprevedibili. Io personalmente quando dipingo spesso
non ascolto niente, me ne sto nel silenzio dello studio e sono
concentrato sul lavoro, ma dopo un po il mio cervello inizia a riempire
quei silenzi di pensieri e dialoghi. Di conversazioni immaginarie e non. Il
momento della pittura è un momento delle più svariate analisi di vita e
forse anche di verità, che spesso non hanno niente a che fare con il
quadro che sto dipingendo nel momento, o forse tutto. Le due parti,
quella razionale e quella irrazionale prendono il sopravvento, dipingo con la parte irrazionale del cervello e quella razionale si attiva, immagino, per non intralciare l’altra al lavoro. Una simbiosi perfetta
mentre sono nel atelier, benché tutto questo va a crollare a fine giornata
appena mi siedo a osservare il quadro su cui sto lavorando. A quel
punto ho bisogno di un poco di musica, forse un quartetto d’archi oppure
un pianoforte come “The Köln Concert” di Keith Jarrett, Maria João
Pires o Pogorelich, per intendersi.
- La sua arte si basa su pittura, disegno, incisione e video. Ci descrive il “ filo rosso” che li lega?
Disegno Pittura e Incisione sono state le tre colonne portanti di ogni
artista nei secoli per secoli, ma non nel nostro, me ne rendo conto. Non
vanno più di moda, sopratutto il disegno, e hanno perso attrattiva nelle
varie accademie. Viviamo in periodo in cui Tracey Emin è professoressa
di disegno (e sottolineo di disegno!!) a una delle più importanti università
britanniche, ma ve ne rendete conto?! Non metto in dubbio il suo lavoro
nella YBA, ma per Dio, professoressa di disegno mi pare un pò troppo. Nella mia famiglia il disegno era il fondamento su cui si formava la pittura, era la geometri interna, il diretto contatto tra l’occhio, il cervello, il sentimento e la mano. Il comprendere con gli occhi e trasferire questi
dati su un foglio è ancora adesso uno dei grandi misteri della pittura.
Adoravo andare a vedere mostre di disegno di artisti come Andrea del
Sarto, Giacometti, Picasso, Tiepolo e ancora adesso mi affascinano fino
all’inverosimile. Il mio primo professore di disegno era Albrecht Dürer,
mio padre mi porto un suo libro e mi disse: ”Inizia a copiare questi
disegni, poi se ne parla”. Quanto riguarda l’incisione, beh, un Arte
praticamente alla fine della sua storia, per cosi dire. Per diversi anni ho
negletto questa forma di espressione, finche non tornai in Italia 5 anni
fa. Mi avvicinai alla Stamperia d’Arte Albicocco di Udine. La più
importante di queste realtà italiane oramai sul orlo del collasso. Con
Corrado Albicocco e suo figlio Gianluca hanno lavorato i più grandi
artisti della nostra epoca: Emilio Vedova, Jannis Kounellis, Pizzicanella,
Safet Zec e Velasco Vittali. Mi invitarono a fare delle lastre da loro e da
allora questa Arte antica mi è entrata di nuovo sotto pelle. Negli ultimi
anni ho fatto una cinquantina di lastre, tra cui un libro in 6 copie
stampato foglio a foglio e poi rilegato a mano per la casa
automobilistica italiana Lamborghini. La presentazione di questo lavoro
fu fatta a Vienna all’Ambasciata Italiana, Palazzo Metternich, per i ’60
anni della Lamborghini. L’arte dell’incisione è praticamente pittura in
bianco e nero, portata all’essenza. La poesia del segno e l’intensità del
nero che soltanto gli accidi e il torchio ti possono donare. Potrei parlare
per ore di questo connubio perfetto, ma non lo farò, ricorderò soltanto la
splendida mostra della storia di incisione che vidi alla Albertina di Vienna a primavera di questo 2023. Quando la crem-della-crem di incisioni e incisori fu presentata al pubblico di turisti. Una delle più belle mostre che ho visto negli ultimi anni: Goya, Rembrandt, Dürer, Tiepolo e sopratutto la mia nuova vera passione Martin Schongauer.
- Antico e moderno nelle sue opere, come avviene questo connubio?
Io personalmente amo la pittura e i grandi pittori del passato, amo le loro
vite e le loro opere. Sono capace di mollare tutto e andare a vedere il
lavoro di uno specifico artista anche dall’altra parte del mondo. Mi
affascinano e mi rivelano a me stesso. Ho sempre cercato di capire le
loro motivazioni e le loro ragioni. A volte mi sembra di capirli e quando
ciò accade, la barriera del tempo si infrange, ho la sensazione che
siamo tutti della stessa epoca. Tutti parte dell’umano. Tutti
semplicemente pittori. Come si fa a non amare Nicolas de Staël, prima
l’uomo e poi l’opera, e nello specifico il suo “Le Grand Concert :
L’Orchestre”, dopo che il Pittore ha finito il quadro, l’Uomo si butto giù
dal palazzo. Questo per me è un connubio, ho fatto un incisione per
racontare questa storia. L’uomo è contemporaneo mentre l’opera è eterna!
- Che cosa è la bellezza per l’artista Tarik Berber?
Sarebbe bello dire che la bellezza è un insieme di misure, proporzioni e
rapporti numerici tra queste misure… ma purtroppo nn lo è più, forse nn
lo è mai stato, forse ci siamo illusi per secoli, altrimenti nn si
spiegherebbero “La Venere” o “La Primavera” di Botticelli, alcune
Madonne del Parmigianino e i meravigliosi ritratti di Modì… di certo la
bellezza ha a che fare con la verità! Trovo straordinari i disegni e le
incisioni della grande Käthe Kollwitz, sono bellissimi!! Forse l’unica volta
che ho pianto apertamente in un museo nella mia vita! Sono di una
bellezza strappalacrime, questo è certo! Però voglio raccontarvi una storia vera che per me parla della
percezione della bellezza più di ogni teoria estetica. Una storia vera che
successe durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia a Possagno nel
Veneto, vicino a Venezia. La storia narra di soldati, di tutte due le parti ,
sia italiani che austriaci, sporchi e stanchi della guerra in trincea, che per
sbaglio entrano nella Gypsotheca Museo Antonio Canova. La storia
racconta che la gypsotheca fu colpita da diverse granate e che dei
soldati si trovarono dentro a cercare riparo. Riesco a vedere quelli
soldati sporchi stanchi immersi in quel luogo bianco e magico, che solo
la purezza dei bianchi marmi di Carrara e i gessi delle sculture più belle
del 18’ secolo riesce a rendere… rimasero a bocca aperta e rispettarono
il luogo più di qualsiasi chiesa o luogo sacro che avessero visitato in vita loro. Di certo l’opposto della trincea militare doveva essere quel luogo bianco e puro. L’istinto naturale dei soldati era di rispettare tanta bellezza che in quel momento della loro vita era tanto lontana da loro. Questi soldati, credo, avessero il fisico ed empirico contatto con la bellezza di per sé, e nessuno mai gli potrà togliere ciò che hanno provato in quel momento. Loro ci direbbero precisamente cosa è e cosa non è la Bellezza, ma purtroppo io non posso.
- Quali sono i suoi colori preferiti e perché?
Qualche anno fa mia sorella mi regalò il libro dei colori che si intitola
“Colorama” e spesso durante l’estate lo aprivo questo libro con i miei
nipoti a “leggerlo” ma sopratutto a guardarlo. Ci piaceva tanto essere
investiti da queste pagine di tutti i colori possibili immaginabili, sottili
vibrazioni e sentimenti visivi e visibili. Nonostante non ci fosse una vera
e propria storia, o fiaba, da seguire, loro, i bambini, comprendevano quel
libro cosi semplice e puro più di un pittore. Sfogliando quelle pagine ci si
rende conto che ogni colore ha un suo perché, ha un motivo di essere e
ogni colore è bellissimo per quello che è. Come ogni persona ha una
sua bellezza, basta fermarsi abbastanza a lungo per scoprirla, cosi ogni
colore e bello a mamma sua.
Ogni pittore che ho conosciuto e amato mi ha insegnato ad amare un
particolare colore. Amo i neri bui del Michelangelo Merisi, ma amo
ancora di più i scuri maroni di Rembrandt. Amo i grigi della Cappella
Brancacci di Masaccio e il cielo azzurri della Capella Scrovegni di
Giotto.
Uno dei miei quadri preferiti di tutti i tempi si trova nella Chiesa Santa
Felicita a Firenze ed è una “Deposizione” del Pontormo. Il colori, il caos
cromatico portato alla perfezione dal Pontormo, non finiranno mai di
stupirmi. Nessun colorista francese dei ultimi 150 anni riuscirà mai a
raggiungere la gioia del colore come quella pala d’altare dove il
Pontormo rappresentò la deposizione del Cristo dalla croce. Van Gogh ,
Matisse, Picasso, Rothko, bravi!, per carità, non dico di no, ma questa
deposizione è un altra cosa.
